Finiremo mai di parlare di violenza sulle donne?

25 Novembre 2016 2 commenti

FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
Triste e veritiero, il film sulla vicenda della donna sfregiata con l’acido dal suo ex che lei non voleva più tra i piedi. Lucia Annibali ha scritto un libro sulla sua tragedia dal titolo “Io ci sono” e la Cristiana Capotondi ne ha rivissuto il personaggio nel film per la TV e ciò che dovette subire, grande fatto di violenza su una donna ritenuta da un uomo di sua proprietà, o sua o di nessun altro. Stavolta non si è trattato solo di una fiction, purtroppo il fatto è veramente accaduto, e ciò che è più raccapricciante è proprio che sia potuto accadere, maturato in una mente malata e realizzato da malviventi in cerca di denaro. Ci lascia perplessi, però, il dover accettare che la donna ancora oggi non è pienamente padrona della sua vita, e non lo sarà fino a quando l’uomo non smetterà di credere di poter disporre dell’altra persona, di una donna che dice, ad un certo punto, Basta, rifiutandosi di sentirsi legata ancora ad un uomo che disprezza. E la cronaca di ogni giorno ci fa conoscere sempre nuovi casi di donne maltrattate, violentate, uccise, spesso a causa di un “amore malato”, che amore non è.
Perchè qualcosa cambi, è necessaria una politica di sensibilizzazione verso il pianeta donna, iniziando dal riconoscimento sociale ed economico del suo operare in tutti i campi, dalla famiglia al posto di lavoro, e favorendo la formazione di una mentalità positiva da parte degli uomini partendo dalla scuola, con un’educazione alla affettività e al rispetto del genere, senza discriminazione alcuna per chi è diverso da noi. La violenza sulle donne ha un costo sociale ed economico altissimo, si calcola in 14,3 miliardi di euro in costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari. Include l’impatto della violenza sui bambini , la riduzione della qualità della vita e della partecipazione alla vita democratica. La lotta alla violenza sulle donne esprime tutta la rabbia di quelle donne che hanno lottato, oltre trent’anni prima, per contribuire a promuovere una mentalità nuova in una società che restava ancorata ad una visione della donna sottomessa all’uomo, da cui si emancipò grazie alle lotte femministe, che favorirono anche la scomparsa di alcune norme del codice penale, quelle che vedevano le donne vittime del delitto d’onore, del reato di adulterio e di abbandono del tetto coniugale. Oggi, le donne chiedono che non siano state vane quelle lotte, che non si cancellino, con un colpo di spugna, quelle conquiste al femminile che hanno cambiato una mentalità allora arretrata, per approdare ad una libertà di costumi che è, negativamente, ricaduta sulle stesse donne. Libertà di costumi, o libertà di agire per come si vuole, che non leda però la dignità del genere femminile, di tutte le altre donne che non si riconoscono né nelle escort, né nelle sante, ma che vivono il loro quotidiano con la forza di chi ottiene ogni giorno una conquista su qualsiasi fronte, come donna che lavora, come madre che tira su i figli esortandoli a dare il meglio, come compagna che aiuta il suo uomo a superare atavici pregiudizi sulla donna per acquisire una mentalità nuova, improntata al rispetto di lei come persona, prima che come moglie e madre dei suoi figli.
E’ necessaria una giornata celebrativa di tutto ciò, come sarà il 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne? Diciamo di sì, se serve a scuotere tutte quelle che hanno perso ogni stima di sé, a far riflettere il genere maschile che ancora è ancorato a questa visione della donna, se serve a rafforzare l’autostima in quelle che credono nel valore di una donna, nella sua forza interiore e nelle sue doti di intelligenza e di discernimento, presenti in lei molto più che in un qualsiasi altro uomo, poco degno di tale nome.

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25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne

25 Novembre 2016 1 commento

Dalla manzoniana Gertrude alla donna di oggi: un percorso di violenza sulle donne.
di Crocetta De Marco
E’ stato molto interessante visitare la rassegna sul doppio binario della verità storica e della trasposizione artistico-letteraria della Monaca di Monza, attualmente aperta al pubblico al Castello Sforzesco di Milano, nelle Sale Panoramiche.
La mostra ripercorre la vicenda della manzoniana Gertrude, personaggio letterario tormentato e intrigante, figura storica realmente vissuta tra Milano e Monza che, in realtà, risponde alla nobildonna milanese Marianna De Leyva, vissuta tra il 1575 e il 1650, costretta a farsi suora senza vocazione con il nome di Virginia, si macchiò di delitti per amore di Gian Paolo Osio, che espiò murata per 13 anni in una cella.
In esposizione vari documenti con il carteggio intercorso con il Cardinale Federico Borromeo, gli atti del processo custoditi all’Archivio Storico della diocesi di Milano; seguono dipinti in mostra, tutti i maestri dell’800 che danno di Gertrude-Marianna una visione a volte intima e delicata , altre volte inquietante e “noir”. Non mancano le trasposizioni teatrali e cinematografiche, come il dramma teatrale di Giovanni Testori messo in scena da Luchino Visconti nel 1967. Cosa rende attuale la vicenda privata della Monaca di Monza in tempi detti civili, come usiamo definire la nostra epoca?
In età moderna la storia di Marianna viene contestualizzata nel tema della condizione femminile, tra scelte forzate e sudditanza all’autorità maschile, in una società dove si confrontano vari tipi di culture, spesso sovrapposte e pronte ad annullare il grado di civiltà raggiunto nel paese dove esse si scontrano.
Ma è poi cosi’ sicuro che un Paese che raggiunge un alto grado di civiltà abbia automaticamente raggiunto anche il totale rispetto per la figura femminile, abbia superato tutti quei pregiudizi che hanno sempre visto la donna in una condizione non precisamente paritaria rispetto all’uomo, se ancora in Paesi evoluti come il nostro tante attività sono precluse alle donne, e la donna cosiddetta in carriera deve dimostrare una bravura che non sempre è richiesta all’uomo, se non altro quando deve conciliare bene i suoi tanti ruoli di madre, di moglie e di donna, capace e intelligente?
Secondo il Diritto Internazionale tutti i Governi hanno la responsabilità di prevenire, indagare e punire gli atti di violenza sulle donne, in qualsiasi luogo essi si verifichino: tra le mura domestiche, sul posto di lavoro quando si esprime con il moderno mobbing, nelle comunità o società, oppure durante i conflitti armati. Ma è condizione essenziale, perché un Paese possa dirsi veramente civile, che i Governi si impegnino per rendere più forti le donne, garantendo loro indipendenza economica e protezione dei diritti fondamentali.
In questa battaglia per i diritti umani sono necessari anche la solidarietà degli uomini e il loro coinvolgimento, in termini legislativi, per offrire pari opportunità alle donne con una maggiore presenza numerica in Parlamento, costruendo una cultura di assoluta parità con l’uomo.
Quote rosa in Parlamento, 8 Marzo o giornata della donna, 25 Novembre o giornata della violenza sulle donne, nessuna di queste celebrazioni sarebbe necessaria soltanto se venisse dato alla donna quello che è un suo diritto primario come persona, il diritto all’esistenza per sé, per la sua piena realizzazione , capace di raggiungere con le sue sole forze anche posti di potere, spesso considerati obiettivi solo maschili.
Ciò sarà possibile se ci si adopererà con ogni mezzo a considerare la donna non oggetto di violenza da parte maschile, come purtroppo ci viene proposto da alcuni fatti della cronaca attuale, ma semplicemente persona verso la quale l’uomo è chiamato ad avere atteggiamenti positivi sempre, ma ancor più, laddove possano prevalere maltrattamenti e violenza, essere egli stesso di supporto, di protezione e assistenza.
Godiamoci la mostra sulla nobile e sventurata Marianna De Leyva, o Monaca di Monza di manzoniana tradizione, reclusa per forza, ripercorriamo le due epoche a confronto e troveremo di sicuro analogie angoscianti su una condizione femminile ancora molto lontana dalla piena emancipazione dalle infinite forme di potere che tendono a schiavizzare le donne, magari con le lusinghe del facile guadagno o di moderne, nuove chimere che tanto allettano le giovani di oggi, e che si traducono, spesso, in bella vita e popolarità.

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FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?

23 Novembre 2016 1 commento

FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
Triste e veritiero, il film sulla vicenda della donna sfregiata con l’acido dal suo ex che lei non voleva più tra i piedi. Lucia Annibali ha scritto un libro sulla sua tragedia dal titolo “Io ci sono” e la Cristiana Capotondi ne ha rivissuto il personaggio nel film per la TV e ciò che dovette subire, grande fatto di violenza su una donna ritenuta da un uomo di sua proprietà, o sua o di nessun altro. Stavolta non si è trattato solo di una fiction, purtroppo il fatto è veramente accaduto, e ciò che è più raccapricciante è proprio che sia potuto accadere, maturato in una mente malata e realizzato da malviventi in cerca di denaro. Ci lascia perplessi, però, il dover accettare che la donna ancora oggi non è pienamente padrona della sua vita, e non lo sarà fino a quando l’uomo non smetterà di credere di poter disporre dell’altra persona, di una donna che dice, ad un certo punto, Basta, rifiutandosi di sentirsi legata ancora ad un uomo che disprezza. E la cronaca di ogni giorno ci fa conoscere sempre nuovi casi di donne maltrattate, violentate, uccise, spesso a causa di un “amore malato”, che amore non è.
Perchè qualcosa cambi, è necessaria una politica di sensibilizzazione verso il pianeta donna, iniziando dal riconoscimento sociale ed economico del suo operare in tutti i campi, dalla famiglia al posto di lavoro, e favorendo la formazione di una mentalità positiva da parte degli uomini partendo dalla scuola, con un’educazione alla affettività e al rispetto del genere, senza discriminazione alcuna per chi è diverso da noi. La violenza sulle donne ha un costo sociale ed economico altissimo, si calcola in 14,3 miliardi di euro in costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari. Include l’impatto della violenza sui bambini , la riduzione della qualità della vita e della partecipazione alla vita democratica. La lotta alla violenza sulle donne esprime tutta la rabbia di quelle donne che hanno lottato, oltre trent’anni prima, per contribuire a promuovere una mentalità nuova in una società che restava ancorata ad una visione della donna sottomessa all’uomo, da cui si emancipò grazie alle lotte femministe, che favorirono anche la scomparsa di alcune norme del codice penale, quelle che vedevano le donne vittime del delitto d’onore, del reato di adulterio e di abbandono del tetto coniugale. Oggi, le donne chiedono che non siano state vane quelle lotte, che non si cancellino, con un colpo di spugna, quelle conquiste al femminile che hanno cambiato una mentalità allora arretrata, per approdare ad una libertà di costumi che è, negativamente, ricaduta sulle stesse donne. Libertà di costumi, o libertà di agire per come si vuole, che non leda però la dignità del genere femminile, di tutte le altre donne che non si riconoscono né nelle escort, né nelle sante, ma che vivono il loro quotidiano con la forza di chi ottiene ogni giorno una conquista su qualsiasi fronte, come donna che lavora, come madre che tira su i figli esortandoli a dare il meglio, come compagna che aiuta il suo uomo a superare atavici pregiudizi sulla donna per acquisire una mentalità nuova, improntata al rispetto di lei come persona, prima che come moglie e madre dei suoi figli.
E’ necessaria una giornata celebrativa di tutto ciò, come sarà il 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne? Diciamo di sì, se serve a scuotere tutte quelle che hanno perso ogni stima di sé, a far riflettere il genere maschile che ancora è ancorato a questa visione della donna, se serve a rafforzare l’autostima in quelle che credono nel valore di una donna, nella sua forza interiore e nelle sue doti di intelligenza e di discernimento, presenti in lei molto più che in un qualsiasi altro uomo, poco degno di tale nome.

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CRONACA DI UNA SERATA UGGIOSA

21 Novembre 2016 1 commento

Domenica sera, fuori piove, sei chiusa in casa a chiederti cosa ti propinerà stasera la televisione perché tu possa spegnere quel senso di insoddisfazione per non volerti spingere a uscire, a sfidare il freddo serale, e andarti a chiudere in un cinema per gustarti uno degli ultimi film di cui la pubblicità ti ricorda l’imminente uscita in tutte le sale cinematografiche. Sai che il primo canale dà Braccialetti rossi, ma sei sicura di non volere stare li a piangere, a guardare solo il triste luogo di ospedali, di sofferenze inimmaginabili in giovani ragazzi che devono solo gioire e godere, e che non accetti il solo pensiero che la loro bellezza, la loro giovinezza sia messa in forse da malattie varie. Dopo vari zapping, ti rimane la grande indecisione, il dilemma amletico…Braccialetti rossi sì, Braccialetti rossi no, che ti fa provare con largo anticipo quel dubbio che ti rode dentro e ti porterà con la medesima indecisione al quattro dicembre politico. SI o No anche per Braccialetti rossi, ed è con la stessa flemmatica indifferenza che stasera fai una scelta di comodo, e improvvisamente decidi di pigiare il tuo telecomando sull’Uno, sul canale della sofferenza, con un SI metaforicamente simile al voto tuo dicembrino, perché figlio di quella stessa apatia priva di qualsiasi entusiasmo, per il quale forse, ci penserai ancora prima di buttarti. Ma per la serata, mi fermo sul Canale delle lacrime, faccio mia la storia dei ragazzini e, come a voler convincere me stessa o mio marito, che costringo a seguire le vicissitudini di quelle giovani vite rese tristi dalle malattie e dalla morte, ripeto con voce rotta e solidale che è un film, è solo una fiction, è tutta finzione. Così ripeto al mio nipotino da quando aveva quattro anni e gli piaceva seguire qualche film un po’ triste, stavo a chiarire che tutti i film sono solo finzioni, e lui si tranquillizzava, così ripeto per noi, già pienamente coinvolti nei drammi delle giovinezze spezzate. Belle, perché fiction complete, dal punto di vista della rappresentazione cinematografica, dai drammi realisticamente vissuti e riscontrati in tutti gli ospedali pediatrici, da ciò che riguarda preparazione sanitaria e medica di tutti gli attori, da ciò che ci dà come solidarietà e partecipazione di tutti i ragazzi al dolore degli altri, ma non posso fare a meno di chiedermi : perché questa esasperata esaltazione del dolore, di mamme che vedono morire i propri figli, di ragazzi e bambini a contatto con malattie e sofferenza, perché questa trasposizione del dolore in film per la televisione, che dovrebbe servire a distrarre tutti coloro che vivono realmente il dramma della malattia e della morte, a chi giova mostrare tanto accanimento sadico nelle malattie, quando molto spesso la realtà non ne risparmia quasi a nessuno? La mia idea è quella di salvaguardare la serenità dei nostri giovani, e la televisione deve perseguire il suo fine educativo attenendosi ad una quotidianità di una vita normale, quella vissuta tutti i giorni dai nostri figli. Per conoscere il dolore, a cui le famiglie certamente non vorrebbero mai assuefarli, sarà la vita stessa che ci penserà, speriamo il più tardi possibile, se non mai.

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ELEZIONI AMERICANE, CLINTON CONTRO TRUMP

Importante evento per l’America domani, 8/11/2016, giornata che passerà alla Storia perché darà al popolo americano il 45°Presidente degli Stati Uniti, ma certamente, qualunque sia il risultato delle elezioni che hanno visto una campagna caratterizzata da dibattiti accaniti, dove non sono mancati insulti e offese da parte dei due candidati, ciò che ha segnato un precedente nel mondo americano e oltre, è la possibilità che oggi l’America, sempre al primo posto per ciò che comporta grandi cambiamenti epocali, in queste elezioni si potrebbe dare il primo Presidente donna. La democratica Hillary Clinton sta combattendo una accanita lotta contro il repubblicano Donald Trump, e la storica novità della candidatura femminile e il durissimo scontro con il suo avversario non devono oscurare la forte caratterizzazione sociale che lei ha dato al suo programma elettorale, che prevede attenzione alle fasce giovanili, aumento del salario minimo, università gratuita per gli studenti non abbienti. Una donna alla Casa Bianca darebbe, inoltre, la certezza di una politica di parità che può essere da traino per le politiche mondiali, genererebbe la consapevolezza che ogni guerra nel mondo è portatrice di distruzione e morte, di sofferenza e dolore per il cuore delle madri, e solo una donna può ammettere la condivisione di tale immane tragedia. Certo, la elezione di una donna alla Casa Bianca, costituirebbe la seconda rivoluzione culturale in America, dopo quella avvenuta con il doppio mandato di Barack Obama, primo Presidente USA di colore. La vittoria di Hillary Clinton confermerebbe il ruolo dell’America come faro per il progresso e la modernità, e lei a capo della maggiore potenza del pianeta, darebbe inizio ufficialmente all’Era della Donna, da molti intellettuali auspicata da sempre. Seguiremo con interesse, domani, le elezioni americane, per tutto ciò che ho descritto, ma principalmente noi donne per aver vissuto, in questo nostro imprevedibile secolo, anche questo cambio epocale, questa ennesima vittoria al femminile.

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L’ITALIA SOTTO LA MINACCIA COSTANTE DEL TERREMOTO

30 Ottobre 2016 1 commento

La preoccupazione per l’allarme che non deve smettere di essere sempre desto, la vicinanza spirituale con chi si trova nei luoghi toccati dal sisma, il desiderio di incoraggiare chi sta perdendo tutto con la testimonianza, da parte di chi la stessa esperienza l’ha già vissuta, assicurando che ricostruire si può, non ci esimono dal fare una constatazione che ci riempie di amarezza: il terremoto della Valle del Belice, che avvenne nel Gennaio del 1968 e rase al suolo tre paesi confinanti, Salaparuta, Gibellina e Poggioreale, non viene mai menzionato fra i terremoti che hanno attraversato il secolo scorso, non ha mai avuto questo onore, di essere ricordato per le vittime, morti, ma anche per chi vi sopravvisse,ma perse tutto. Viene sempre stilato un elenco di tutti i terremoti, iniziando da quello di Messina del 1908, proseguendo fino al 1980 con l’Irpinia e poi fino ai giorni nostri,facendo però un bel salto per non ricordare quello avvenuto in Sicilia nel 1968. Oggi, con tutto il dispiacere per chi è coinvolto in questo triste evento, con la preoccupazione di una figlia a Firenze, che ha avvertito le scosse, conservo una certa lucidità di pensiero che mi fa avvertire amaramente questo discrimine.E non posso fare a meno di riflettere sulla considerazione in cui è tenuta la nostra Sicilia e gli eventi da cui è colpita, forse perché tali eventi nostrani non 6hanno lo sponsor che ha avuto l’Aquila nella persona del Vespa nazionale? O i beni archeologici che in Sicilia sono a rischio, hanno meno importanza di quelli che il terremoto prende di mira nel centro Italia? Mi sia consentito di fare questa polemica, notata in più occasioni amare, vogliamo mettere nell’elenco anche il terremoto del Belice? Forse, chissà, calmeremo le furie astrali!

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Le nostre tradizioni popolari, la commemorazione dei defunti in Sicilia

29 Ottobre 2016 2 commenti

La Commemorazione dei Defunti in Sicilia, un mix di festosa tradizione e tristi ricordi.
Mentre in tutto il mondo impazza la festa di Hallowenn, in Sicilia resiste la tradizione della Commemorazione dei Morti, nei giorni a cavallo dei mesi di Ottobre e Novembre.
Nonostante la notte delle streghe rappresenti un business da 370 milioni di euro, il giorno dedicato ai defunti è una festività che in Sicilia si tramanda da generazioni e che, ancora oggi, vede tantissima gente recarsi a trovare i propri cari scomparsi da tempo, ma rimasti nel cuore di chi resta.
Oltre al ricordo affettuoso e quel dovere sentito di incontrarsi sulla tomba di chi ci manca per condividergli il vuoto che ha lasciato, c’è anche una tradizione siciliana di particolare arte nella creazione di dolci, detti “dei morti”.
Infatti, in ogni bar si vedono ancora i dolci tipici di questo periodo, come la frutta di Marturana e i pupi di zuccaro, che oggi rischiano di essere sostituiti da zucche e maschere orrende, come la più materialista Hallowenn impone.
Nella “Favola della Festa dei Morti” così il siciliano Liborio Butera racconta di ciò che era, nel secolo appena scorso, la festa dei morti in Sicilia:

Tutto ciò è quanto rimane nei miei ricordi nei giorni 1 e 2 Novembre. Da bambini, io, mia sorella e mio fratello facevamo questo rituale, attesa della festività, arrivo di zie dal paese limitrofo per accompagnarsi a noi nella visita ai parenti defunti, movimento nelle case dove c’erano bambini, così anche da noi, tutti presi nella ricerca di giocattoli e dolciumi caratteristici, spari di finte pistole che arrivavano dalla strada, dove i maschietti, già dalle prime luci dell’alba, mostravano ciò che i “morti” avevano loro portato.
Il guaio è che io sono stata subito critica nei riguardi di questa tradizione, avvertivo già da piccola una sorta di pena per quei morti ricordati da noi per un fine che, poi, ho capito fosse utilitaristico, era già difficile pensare, anche con la mente di bambini, che resuscitassero e che, però, non potevamo vederli, non potevamo vedere quella nonna morta giovane, di cui mia mamma parlava tradendo sempre il suo grande dolore. Non amavo la parte festosa di questa commemorazione, non vi ritrovavo alcun rispetto verso il dolore di chi aveva perso persone care, ma anche perché m’incuteva una certa paura questo vagare di chi non c’era più per stanze e case.
Così, quando fu il momento dei miei bambini, preferii parlare di festa dei giocattoli, quelli che loro vedevano in giro per la città, per negozi e la vecchia Standa, dove tutti esponevano le ultime mode in fatto di giochi per maschietti e femminucce, e noi stessi regalavamo loro nuovi giochi, senza disturbare il sonno dei nostri morti, per i quali ci restava il dovere di andare a trovare in quella loro ultima dimora.
Poi, da quando la vita ci ha riservato di conoscere il dolore vero del distacco, sono stata sempre più convinta che i morti si ricordano, si vanno a trovare in quel 2 Novembre, è bello che ci sia un giorno tutto per loro, e i bambini è giusto che siano educati al loro ricordo, ma per favore, lasciamo la tradizione in quell’angolo dove releghiamo tutto ciò che la vita moderna, una certa istruzione e la nuova cultura ci impone che restino, e quando pensiamo a “come eravamo” ci scappi un sorriso.

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Le nostre tradizioni e la commemorazione dei morti in Sicilia

25 Ottobre 2016 1 commento

La Commemorazione dei Defunti in Sicilia, un mix di festosa tradizione e tristi ricordi.
Mentre in tutto il mondo impazza la festa di Hallowenn, in Sicilia resiste la tradizione della Commemorazione dei Morti, nei giorni a cavallo dei mesi di Ottobre e Novembre.
Nonostante la notte delle streghe rappresenti un business da 370 milioni di euro, il giorno dedicato ai defunti è una festività che in Sicilia si tramanda da generazioni e che, ancora oggi, vede tantissima gente recarsi a trovare i propri cari scomparsi da tempo, ma rimasti nel cuore di chi resta.
Oltre al ricordo affettuoso e quel dovere sentito di incontrarsi sulla tomba di chi ci manca per condividergli il vuoto che ha lasciato, c’è anche una tradizione siciliana di particolare arte nella creazione di dolci, detti “dei morti”.
Infatti, in ogni bar si vedono ancora i dolci tipici di questo periodo, come la frutta di Marturana e i pupi di zuccaro, che oggi rischiano di essere sostituiti da zucche e maschere orrende, come la più materialista Hallowenn impone.
Nella “Favola della Festa dei Morti” così il siciliano Liborio Butera racconta di ciò che era, nel secolo appena scorso, la festa dei morti in Sicilia:

Tutto ciò è quanto rimane nei miei ricordi nei giorni 1 e 2 Novembre. Da bambini, io, mia sorella e mio fratello facevamo questo rituale, attesa della festività, arrivo di zie dal paese limitrofo per accompagnarsi a noi nella visita ai parenti defunti, movimento nelle case dove c’erano bambini, così anche da noi, tutti presi nella ricerca di giocattoli e dolciumi caratteristici, spari di finte pistole che arrivavano dalla strada, dove i maschietti, già dalle prime luci dell’alba, mostravano ciò che i “morti” avevano loro portato.
Il guaio è che io sono stata subito critica nei riguardi di questa tradizione, avvertivo già da piccola una sorta di pena per quei morti ricordati da noi per un fine che, poi, ho capito fosse utilitaristico, era già difficile pensare, anche con la mente di bambini, che resuscitassero e che, però, non potevamo vederli, non potevamo vedere quella nonna morta giovane, di cui mia mamma parlava tradendo sempre il suo grande dolore. Non amavo la parte festosa di questa commemorazione, non vi ritrovavo alcun rispetto verso il dolore di chi aveva perso persone care, ma anche perché m’incuteva una certa paura questo vagare di chi non c’era più per stanze e case.
Così, quando fu il momento dei miei bambini, preferii parlare di festa dei giocattoli, quelli che loro vedevano in giro per la città, per negozi e la vecchia Standa, dove tutti esponevano le ultime mode in fatto di giochi per maschietti e femminucce, e noi stessi regalavamo loro nuovi giochi, senza disturbare il sonno dei nostri morti, per i quali ci restava il dovere di andare a trovare in quella loro ultima dimora.
Poi, da quando la vita ci ha riservato di conoscere il dolore vero del distacco, sono stata sempre più convinta che i morti si ricordano, si vanno a trovare in quel 2 Novembre, è bello che ci sia un giorno tutto per loro, e i bambini è giusto che siano educati al loro ricordo, ma per favore, lasciamo la tradizione in quell’angolo dove releghiamo tutto ciò che la vita moderna, una certa istruzione e la nuova cultura ci impone che restino, e quando pensiamo a “come eravamo” ci scappi un sorriso.

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QUANDO ANCHE NOI ABBIAMO AVUTO IL “NOSTRO” TERREMOTO

1 Settembre 2016 2 commenti

NOI TRE E IL TERREMOTO DEL BELICE DEL 15 GENNAIO 1968
Sono passati tantissimi anni dal “nostro ” terremoto, però non mi sembra di fare giustizia a chi, come noi, ha vissuto quello del Belice non parlarne oggi che altra gente sta conoscendo la stessa esperienza da noi vissuta. Certo, fai in modo di dimenticare, hai ricostruito la tua vita conservando in fondo al cuore quei tristi ricordi, però…è così facile che riemergano! Giorni in cui le immagini le rivedi in televisione, e sono le stesse che hai visto dal vivo, tu che cammini in mezzo alle “tue” macerie, quelle della tua casa, ti rivedi alla ricerca della culla del tuo bambino di tre mesi, e trovi pezzi di essa in mezzo a calcinacci, ritrovi antologie tue di autori, libri che hai amato e portato con te in quel paese Salaparuta, che nascondeva un triste destino al tuo arrivo, e quei libri li tieni come cimeli, ricordi di quel triste evento che non hai mai voluto ripulire, se li apri, vi trovi fra le pagine pietruzze e calcinacci, come dei fiori secchi che vuoi conservare in ricordo di quella notte, di quelle scosse che hanno buttato giù la tua prima casa, i tuoi primi sogni di giovanissima vita familiare. Oggi non stai a fare confronti, lo Stato allora neanche fu presente, centinaia furono i morti, e chi sopravvisse perdemmo tutto, non conoscemmo la solidarietà di nessuno, anzi, eri un caso pietoso, ti portavi dietro troppi problemi, ricostruire la tua casa, da dove potevi iniziare? No, era meglio non parlarne, troppa tristezza per quei due giovani che avevano tentato di iniziare una vita insieme, mettere su casa, e neanche un anno e ti va giù! Oggi, no, non stai a fare confronti, comprendi che la società è migliorata, tutti riescono ad immedesimarsi, uomini di governo sfilano e promettono, sono vicini oggi a chi soffre e chiede di non essere dimenticato, e sei pure contenta, ti rendi conto che finalmente l’uomo ha acquisito la capacità di essere solidale con il suo simile, ascolta le pene di chi oggi soffre, si commuove e si stringe ai poveri terremotati. Per te, va bene la dimenticanza, va bene il dignitoso oblio!

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PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA… L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO

1 Settembre 2016 5 commenti

PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA…
L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO
Nelle varie fasi dello sviluppo infantile un posto preminente è dato alla scuola dell’obbligo nei suoi distinti ordini, che seguono la crescita intellettiva dei nostri figli.
Ma come è vista la scuola da genitori e alunni che la frequenteranno?
Quando parliamo di scuola che educa, sicuramente non ci riferiamo all’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne, il più delle volte, al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento, e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli altri.
Ci si chiede, però, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico pensiero che ne fanno un’entità astratta?
Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma, capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.
Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani, impara dai suoi sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo.
La pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della sua spontaneità e creatività nell’agire.
In Europa, furono attivisti pedagogici Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.
Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti, perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi, essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo.
Erano, essi, certi che ci sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie, oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello che dicono i personaggi televisivi.
Le teorie pedagogiche di molti studiosi hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone, privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi. E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due decenni, il permissivismo di certa educazione, che ha reso quasi assenti quei genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una intera generazione.
La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto, richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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