QUANDO ANCHE NOI ABBIAMO AVUTO IL “NOSTRO” TERREMOTO

1 Settembre 2016 Nessun commento

NOI TRE E IL TERREMOTO DEL BELICE DEL 15 GENNAIO 1968
Sono passati tantissimi anni dal “nostro ” terremoto, però non mi sembra di fare giustizia a chi, come noi, ha vissuto quello del Belice non parlarne oggi che altra gente sta conoscendo la stessa esperienza da noi vissuta. Certo, fai in modo di dimenticare, hai ricostruito la tua vita conservando in fondo al cuore quei tristi ricordi, però…è così facile che riemergano! Giorni in cui le immagini le rivedi in televisione, e sono le stesse che hai visto dal vivo, tu che cammini in mezzo alle “tue” macerie, quelle della tua casa, ti rivedi alla ricerca della culla del tuo bambino di tre mesi, e trovi pezzi di essa in mezzo a calcinacci, ritrovi antologie tue di autori, libri che hai amato e portato con te in quel paese Salaparuta, che nascondeva un triste destino al tuo arrivo, e quei libri li tieni come cimeli, ricordi di quel triste evento che non hai mai voluto ripulire, se li apri, vi trovi fra le pagine pietruzze e calcinacci, come dei fiori secchi che vuoi conservare in ricordo di quella notte, di quelle scosse che hanno buttato giù la tua prima casa, i tuoi primi sogni di giovanissima vita familiare. Oggi non stai a fare confronti, lo Stato allora neanche fu presente, centinaia furono i morti, e chi sopravvisse perdemmo tutto, non conoscemmo la solidarietà di nessuno, anzi, eri un caso pietoso, ti portavi dietro troppi problemi, ricostruire la tua casa, da dove potevi iniziare? No, era meglio non parlarne, troppa tristezza per quei due giovani che avevano tentato di iniziare una vita insieme, mettere su casa, e neanche un anno e ti va giù! Oggi, no, non stai a fare confronti, comprendi che la società è migliorata, tutti riescono ad immedesimarsi, uomini di governo sfilano e promettono, sono vicini oggi a chi soffre e chiede di non essere dimenticato, e sei pure contenta, ti rendi conto che finalmente l’uomo ha acquisito la capacità di essere solidale con il suo simile, ascolta le pene di chi oggi soffre, si commuove e si stringe ai poveri terremotati. Per te, va bene la dimenticanza, va bene il dignitoso oblio!

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PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA… L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO

1 Settembre 2016 Nessun commento

PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA…
L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO
Nelle varie fasi dello sviluppo infantile un posto preminente è dato alla scuola dell’obbligo nei suoi distinti ordini, che seguono la crescita intellettiva dei nostri figli.
Ma come è vista la scuola da genitori e alunni che la frequenteranno?
Quando parliamo di scuola che educa, sicuramente non ci riferiamo all’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne, il più delle volte, al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento, e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli altri.
Ci si chiede, però, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico pensiero che ne fanno un’entità astratta?
Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma, capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.
Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani, impara dai suoi sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo.
La pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della sua spontaneità e creatività nell’agire.
In Europa, furono attivisti pedagogici Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.
Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti, perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi, essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo.
Erano, essi, certi che ci sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie, oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello che dicono i personaggi televisivi.
Le teorie pedagogiche di molti studiosi hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone, privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi. E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due decenni, il permissivismo di certa educazione, che ha reso quasi assenti quei genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una intera generazione.
La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto, richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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L’esperienza del terremoto…sempre devastante per chi la vive

24 Agosto 2016 2 commenti

Alle 3,40 di stanotte ero sveglia e col telefonino sul comodino, facile, quindi, guardare l’ora. Ma Google mi diede subito l’immagine di una grossa frana avvenuta pochi minuti prima su un monte, il Gran Sasso, leggo e la notizia è di un grande boato attorno alla montagna e lo stesso monte quasi spaccato in due. L’immagine è quella di un monte invernale, già imbiancato, ma veramente ridotto male. Penso alla solita valanga in montagna, e rifletto che in estate è più facile che ciò avvenga, e un pezzo di montagna frana giù. Questa riflessione mi tranquillizza, e mi rimetto a dormire. E’ solo alle prime luci dell’alba che vedo tutto acceso a casa mia, televisori accesi e annunciatori con l’aria di edizioni straordinarie, e capisco che qualcosa di grave è avvenuto tanto da fare iniziare la giornata così presto a mio marito che, di sicuro, non si alza mai all’alba, né con le galline. Solo che, per noi, la notizia di un terremoto che avviene in una qualsiasi parte del mondo, ha un effetto devastante, ci riporta indietro nel tempo e in situazioni simili alle immagini che scorrono sui teleschermi, ci ritornano in mente ricordi che non siamo stati mai capaci, né lo saremo mai, di rimuovere, di annullare, di cancellare come pensieri sgraditi, ci dà la consapevolezza di saperci ancora immedesimare in chi sta soffrendo la perdita di tutto, come è successo a noi, ma anche la capacità di ringraziare Dio di averci conservato la vita. E’ in occasione di ogni evento del genere che riscopro il coraggio che ci ha accompagnato sempre, me e mio marito, di sapere riprendere il cammino delle nostre vite là dove era inciampato, dove aveva conosciuto un po’ del male del mondo, ma aveva ripreso con la stessa caparbietà e forza per provare a risalire la china. Abbiamo costruito la nostra vita fidando solo su noi stessi, avevamo perso tutto, ma Dio ci aveva riservato di vivere perché potessimo essere ancora strumento per darla la vita, e noi abbiamo accettato questo suo compito con l’entusiasmo dei nostri giovani anni, con la forza di chi crede che sei solo tu l’artefice del tuo domani, tuo e di coloro che hai voluto accanto a te. E sempre con questo spirito abbiamo affrontato nuove esperienze, con la certezza che, se in te ritrovi il coraggio e la speranza per il futuro, tutto è possibile, come è stato possibile ricostruire le nostre vite dopo quel lontano terremoto.

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Lettera alla pagina facebook SICILIA FERROVIARIA

12 Luglio 2016 9 commenti

NON SAREI COSI’ ORGOGLIOSA DI DENOMINARMI SICILIAFERROVIARIA E’ così diversa la nostra situazione da quella della Puglia? Che Ferrovie abbiamo noi in Sicilia? Rischiamo grosso anche noi, giorno dopo giorno, nella condizione di fragilità in cui versano le nostre reti ferroviarie.
Avevo scritto un articolo anticipando questa situazione aberrante delle ferrovie siciliane…dal titolo molto esplicito
LE FERROVIE IN SICILIA, SPECCHIO DI UN DEGRADO ASSOLUTO
Avevo bisogno di andare a Messina, con una sosta a Catania di un giorno e poi ritornare ad Agrigento in treno. Volevamo vivere la nostra autonomia non dipendendo dalla strada, con un viaggio in macchina stancante, non usare pullman, perché ti obbliga a un lungo viaggio senza una sosta per sgranchirti le gambe, volevamo lasciare liberi i figli che si propongono sempre di accompagnarci, gridando ai quattro venti la nostra piena abilità nel saperci muovere per treni e stazioni… treni e stazioni del Nord, ci ricordavano i figli!
Noi, che nel nostro lungo soggiorno a Milano, amavamo viaggiare indifferentemente con macchina per autostrade, erano nostre la Milano-Serravalle, per le due ore anche con neve per raggiungere Genova e il suo porto, la Milano Tangenziale Est per Venezia, e ancora la Milano- Firenze passando per Bologna e poi gli Appennini. Il tutto molto agevolmente, con soste in Autogrill e stazioni di servizio accoglienti e ricche di ogni oggetto e articoli che volevi portare con te.
Erano nostre queste strade e autostrade, e noi eravamo lieti di fare i nostri viaggi anche in treno; ma che treni ricordiamo, bisogna averci vissuto al Nord per sapere come si vive qualitativamente bene!
Dai treni Frecciarossa all’Eurostar, per finire a quello di ultima generazione ad alta velocità, l’Italo, che scommette sul tempo, e ti fa arrivare in mezz’ora da Milano a Bologna.
Entusiasmante esperienza di conoscenza diretta del progresso che ha toccato le Ferrovie dello Stato, o quei privati che investono in mezzi di trasporto per rendere più agevole la vita degli utenti. Esperienza certamente unica e utile per la vita, se ti porta, poi, a fare confronti con i 40 anni che, nella tua bella Sicilia, sono passati invano. È stata una conquista dei nostri anni Settanta la costruzione dell’autostrada Catania-Messina e poi la Messina-Palermo, che ci permise di raggiungere la città di Messina senza dover prendere il treno.
Siamo rimasti, quindi, al ricordo di un treno che impiegava sette ore per portarci da Messina ad Agrigento, si fermava in stazioncine e si arrivava a destinazione talmente stanchi d’avere l’impressione di averla fatta a piedi. E ora, è possibile che sia ancora così?
Possibile che, per tornare da Catania verso Agrigento si debba fare un lungo percorso di una durata di 5 ore di viaggio, con cambio a Caltanissetta? Oppure, un’altra opzione sarebbe la Catania-Palermo- Agrigento per la durata di 7 ore?
Ma non è un vanto per nessuno in Italia, né lo è per il Governo Nazionale, la differenza della qualità della vita tra il Nord e il Sud, tantomeno lo è per il Governo Regionale che dovrebbe vergognarsi di tenere in una situazione di degrado i cittadini, non offrire i servizi giusti, tutti quelli che hanno al Nord, e fare i comodi loro, ogni giorno in una sorta di gara a chi frega di più i poveri illusi loro elettori, e a chi guadagna meglio.
Oggi si è parlato di Ferrovie dello Stato che passano ai privati, ho pensato di avere un filo teso con l’economia nazionale, di avere avuto una forza mentale capace di evocare ciò che è diventato in questi giorni un pensiero dominante: dobbiamo aiutare il cambiamento, lo sviluppo della nostra Sicilia, non è giusto dire che qua le cose non cambieranno mai, vado via e lascio tutto in mano ai soliti predoni! Iniziamo dalle Ferrovie, rivolgiamoci a chi può aiutare il miglioramento della rete ferroviaria in Sicilia, e sia capace di portarla ai livelli dell’altra Italia, quella settentrionale, vogliamo tutti godere una vita qualitativamente buona senza essere costretti ad un’emigrazione forzata, come alla fine è la vita di chi da casa sua va in una città del Nord.
Chissà che non lo facciano i privati a cui stanno consegnando un servizio che è già diventato scadente per lo Stato? Io ho iniziato a denunciare questo ulteriore degrado esistente nella nostra Regione. Ma una sola voce, è una voce che grida nel deserto. Bisogna scuotere le masse, fomentare i cittadini per un diritto a migliori servizi, essere da traino, e qui mi rivolgo ai giovani, perché sia da tutti percepito il degrado in cui lasciano vivere i siciliani. Non si può essere rassegnati!!

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LA LINGUA ITALIANA SEGUE L’EVOLVERSI DELLE DONNE NELL’AMBITO PROFESSIONALE E AGGIORNA, QUINDI, LE FORME AL FEMMINILE

12 Luglio 2016 2 commenti

C’è una regola grammaticale che impone la forma al femminile di vari termini più conosciuti al maschile, come “ministra” da ministro, “architetta” da architetto, “ingegnera” da ingegnere, perfettamente compatibile con i meccanismi morfologici di formazione delle parole, e che viene infranta per motivi se non grammaticali, di sicura matrice socioculturale. Ma perché queste forme al femminile trovano una certa resistenza ad un uso corrente dell’italiano contemporaneo, se è il femminile stesso ad avere apportato cambiamenti radicali alla nostra società?
Oggi, molte professioni sono svolte indifferentemente sia da donne che da uomini, oggi è frequente incontrare la camionista, la geometra, la vigile urbano, ma permane una certa resistenza ad attribuire alla donna funzioni importanti, per cui stenta a decollare “la ministra”, “la sindaca”, “la ingegnera”.
Mentre è fondata l’accusa di sessismo che viene rivolta alla nostra società, tuttavia appare chiaro che, linguisticamente, alla base c’è una accettazione, da parte delle donne per il periodo che va dagli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, di un’idea errata di parità con l’uomo, che imponeva l’omologazione al modello maschile.
Così, essere chiamata chirurgo, direttore, architetto o ingegnere, era per le donne il segno di una equità finalmente raggiunta, e non piuttosto una forma di assimilazione al mondo maschile e il rafforzamento della tradizione androcentrica, secondo cui l’uomo è il parametro attorno a cui ruota l’universo linguistico.
Ci sembra evidente, allora, che a veloci e continui cambiamenti della nostra lingua sotto gli influssi dei mutamenti sociali che la rendono particolarmente permeabile rispetto al lessico tecnologico inglese, non corrisponda una certa coerenza grammaticale di alcune frasi, quando si tratta di scegliere la concordanza di articoli, aggettivi, pronomi e participi. Sono costruzioni linguisticamente contraddittorie , , ecc…
Nonostante la sociolinguistica tenda ad imporci forme femminili di termini usati da sempre al maschile, non si può tuttavia negare che l’uso dei vari ingegnera, ministra o chirurga, pur essendo ineccepibili sul piano morfologico, rimanga, però, rarissimo.
La linguista Cecilia Robustelli in un saggio su “L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo” scrive: .
E’ evidente allora che, anche sul piano linguistico, si avverte la necessità di riconoscere l’insieme delle caratteristiche socioculturali che si accompagnano alla appartenenza all’uno o all’altro sesso, e scoprire le differenze di genere per far valere la propria identità.
E’ sul piano sociale che bisogna agire per riequilibrare un lunghissimo periodo di discriminazione, rendendo sempre più visibili le donne, favorendo più opportunità in ogni campo.
Una buona strategia di visibilità rimane comunque, sempre linguisticamente, l’uso della formula doppia: , oppure , sebbene essi siano forme di contesti istituzionali.

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Chiude il Polo Universitario ad Agrigento, fallimento della politica

5 Luglio 2016 4 commenti

Morte dell’Università agrigentina, è il fallimento della politica

Erano gli anni ’60 e molti giovani non residenti in Agrigento affrontavamo mille sacrifici per raggiungere il capoluogo per studiare. La nostra fatica, calcolata in termini di viaggio quotidiano in ore mattutine e rientri da operai del Nord, ma anche in costi per le famiglie già dalle scuole medie, non essendo ancora la Scuola Media Unificata e molti Comuni ne erano privi, ci faceva amare forse, anche di più quello studio così fortemente anelato, e non aperto, certamente, a tutti. Le famiglie, già dalle Medie, selezionavano volontà, amore per lo studio e nascenti ambizioni, mandando a studiare in città solo chi dimostrava un autentico interesse ad uno studio sistematico, e già classico, delle medie ginnasiali. Molti di noi arrivavano al diploma, ma la meta per i più impegnati era l’Università, e allora davvero, con molto dispiacere, spesso ci si fermava, non tutte le famiglie potevano permettersi di mantenere i figli a Palermo, di pagare le tasse e i viaggi. Non c’era nulla, allora, per i più meritevoli, e così iniziammo a sperare che diventasse realtà un Polo Universitario nella nostra città. E fu solo negli anni novanta che iniziò a concretizzarsi ciò che era stato un sogno per molti giovani della provincia di Agrigento, abbiamo condiviso la raccolta delle firme perchè si aprisse un polo universitario ad Agrigento, sebbene inizialmente con il Corso di laurea ai Beni Culturali, per poi, assistere all’apertura di altri corsi di laurea. E adesso? Tutto cancellato? Si torna indietro, regredisce la cultura che solo ad Agrigento non ha diritto di cittadinanza, per fare ripiombare la nostra città nel baratro dell’ignoranza, sempre di più all’ultimo posto in quella graduatoria nazionale che elenca quanti sono i giovani laureati, e i nostri rimarranno ancorati in quell’ultimo posto. E’ con grande dispiacere che apprendo la notizia della chiusura di alcuni corsi di laurea, cosa rimarrà di tutto il Polo? Ma, innanzitutto, provo dispiacere per i ragazzi che siamo stati, noi che inseguivamo un sogno di natura solo intellettuale che non avevamo potuto realizzare, ma ci gratificava vedere che per molti altri esso era diventata realtà, il tempo e gli anni non erano passati invano. Oggi nessuno piange, si è solo diventati insensibili a tutto!

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I nostri adolescenti e i loro problemi

4 Luglio 2016 4 commenti

I nostri adolescenti e i loro problemi
Grave la situazione dei ns adolescenti, schiavi tutti delle leggi del branco. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali. Oggi gli adolescenti non temono più il giudizio severo dei genitori e degli insegnanti, non tremano per un rimprovero o per una interrogazione fallita: la struttura gerarchica dell’educazione prima ha vacillato, poi è c…rollata di schianto, e così i nostri ragazzini hanno tolto la corona dalla testa dei loro antichi monarchi. Al massimo fingono di dispiacersi, abbassano gli occhi se la prof grida qualcosa, se il padre pretende più impegno e più rispetto, ma dopo cinque minuti già hanno dimenticato tutto. Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali. E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

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L’insegnamento ripensato

3 Luglio 2016 7 commenti

Ho scritto un libro ” Maestra di cuore” edito dalla casa editrice Simple, e, quando mi sono dedicata a questa avventura, sono stata subito certa che, ciò che mi muoveva, era solo il desiderio di divulgare la mia esperienza d’insegnamento in una scuola di periferia, dove sono stata anch’io maestra di strada, come erano i miei alunni, vicina a loro.
Ma, quale è stato l’imput che ha fatto sì che tutto ciò che conservavo nella mente e nel mio cuore venisse allo scoperto, che io dessi vita, nero su bianco, a dei ricordi di una professione che era stata ricca ed entusiasmante? Sicuramente, a darmi la certezza che quello che avevo da scrivere fosse importante mi è stato trasmesso dalla conoscenza di una Casa editrice, le Edizioni Biografiche, che promuove il racconto di come un’impresa possa e sia ,spesso, diventata un “successo”. Io non avevo un’impresa da proporre, però ho ripensato a tutto il mio insegnamento e all’impegno che avevo profuso in esso tale da sentirlo alla stregua di un’impresa e, come tale, ho sottotitolato il mio libro, un’impresa senza fine di lucro, un’impresa “no profit”, ovvero “Come insegnare in una scuola depressa”. L’ho chiamato “Maestra di cuore” perché è col cuore che ho lavorato, con la passione di un privato che tiene alla sua messa in piedi e alla sua riuscita nel tempo. Ho ritenuto allora il mio insegnamento un mio “successo” personale, ciò che ti fa concludere una carriera ricca ed entusiasmante con la consapevolezza di avere dato il meglio, per cui, dopo tutti i miei anni di insegnamento, ho potuto certamente sostenere che la scuola non mi manca. Essa non mi manca non per una sorta di indifferenza verso quella che è stata la mia professione, ma piuttosto penso che non mi manchi perché sono certa di aver fatto tanto e tutto per i miei alunni, sia se avessi insegnato nel salotto della città, o più ancora quando mi son trovata insegnante “missionaria”, come son solita denominare il mio lavoro svolto in quel quartiere di periferia, dove gli alunni erano privi di tutto.
E poi i miei alunni del Nord, che io ho considerato come un dono, perché mi hanno riportato ad un insegnamento che non mi chiedeva più i grandi ed entusiasmanti sforzi come quelli che ho dovuto mettere in atto nella scuola di quella zona depressa. Un insegnamento normale, con alunni e famiglie anch’essi normali, dove le soddisfazioni erano quotidiane, e i risultati sempre soddisfacenti.
Ma, come scrivo nel mio libro, se ripenso a me maestra è li che va il mio pensiero, in quella scuola di una frazione socialmente deprivata, lasciata ai margini di una città già agli ultimi posti di una classifica nazionale che misura la qualità della vita di tutte le città italiane.
E il quartiere di cui parlo nel libro e dove sono stata maestra per 16 anni è la frazione più emarginata dalle amministrazioni che via via si sono succedute, sempre dimenticata, che non ha mai intravisto possibilità di miglioramento. Questa frazione è una frazione di periferia della nostra città, che vive un degrado ambientale, economico e sociale mai superato, ad oggi sempre più grave, dove le famiglie sempre oberate da problemi di sostentamento, hanno visto la scuola come un lusso che loro non si erano potuto permettere con la sola, triste percezione che non era per loro, ma che i loro figli erano obbligati a frequentare, pena denunce varie e la minaccia sempre costante dell’intervento dei carabinieri. La scuola riconosce di essere l’unica fonte di cultura e di recupero per questa frazione a rischio di dispersione scolastica, di abbandono e di potenziale microcriminalità, l’unica istituzione che si può sostituire alla mancata opera di chi amministra la città, per supplire alle gravi omissioni che da sempre hanno provocato danni al tessuto sociale di questa parte di città privando tutti quanti i suoi abitanti di tutto ciò che si identifica con sviluppo e progresso.
E’ per questo quartiere che, in collaborazione con il capo d’istituto e con colleghi sensibili a queste problematiche, in sinergia con le altre comunità educative, vedi altri ordini di scuole in un’ottica di continuità, e con la parrocchia che sempre ci ha collaborato, abbiamo attivato progetti che mirassero a scuotere l’apatia che regnava nelle famiglie, ridando ai nostri alunni, insieme ai contenuti culturali, il valore di sé come persona, per tendere al miglioramento del proprio quartiere partendo dalla costruzione di una mentalità di rispetto di tutto ciò che è vita del quartiere , quindi famiglie, alunni e scuola, che, insieme alla Parrocchia , restano unica fonte di valori morali da condividere.
Era necessario far emergere nei nostri alunni la consapevolezza che essi non erano cittadini di serie “B” rispetto a quelli della città e allora si diede il via a progetti di rivalutazione del quartiere studiandone la storia dal suo sorgere, come si è inteso fare con la ricerca storico-ambientale, e attivando progetti di risanamento dell’ambiente, con lettere al sindaco per denunciare l’abbandono in cui versava il territorio tutto circostante la scuola, invitando vari esperti in salute ambientale per i nostri alunni e i loro genitori. Tutto per stimolare il loro interesse allo studio e scuotere la sonnolente apatia dei genitori.
E molto altro ancora si è fatto per loro e per le famiglie, amo dire che siamo stati i precursori di quell’ “apprendimento ripensato” oggi molto apprezzato dalla scuola inglese e da chi, anche da noi, vuole una vera scuola nuova.

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L’ITALIA INTERCULTURALE INIZIA A LAMPEDUSA E NELLE SCUOLE

10 Giugno 2016 492 commenti

L’isola di Lampedusa è la prima terra italiana che, chi arriva dal Nord dell’Africa, riesce a toccare,
il suo campo profughi scoppia per l’elevata presenza di naufraghi sempre scampati alla morte
nell’attraversamento di quel mare, che bene Pirandello chiamò “africano”.
Ma, anche se questi disperati arriveranno poi in diverse città europee, è da li che stanno muovendo
i primi passi su terra italiana, da quell’isola che, intanto, è stremata nell’accoglienza di questi profughi
ai quali deve dare i primi aiuti, prestare soccorsi e favorire il loro smistamento in altre parti
d’Italia e dell’Europa.
E’ chiaro, allora, che compito del governo italiano e dell’Europa tutta, sia quello di occuparsi largamente del destino di quest’isola, presa di mira da quotidiani sbarchi, clandestini e non, inviando risorse militari ed economiche, perchè gli abitanti siano messi nelle condizioni di vivere la loro vita normale, e incentivando la vera risorsa dell’isola che è sempre stato il turismo, di cui molta gente vive.
Quello che rimane, come problema sociale, dalle continue ondate di immigrazioni a cui l’Italia è quotidianamente sottoposta, è la
possibilità di dare lavoro a chi vede l’Italia come la nuova America, l’Eldorado dei nostri emigranti bisnonni e, di conseguenza, la sua integrazione in un contesto sociale che vede il “diverso” e i problemi ad esso legati, come rottura di equilibri già consolidati in un popolo che difficilmente accetta chi viene da fuori, portatore di culture diverse che si fa fatica a riconoscergli, quasi fosse, il forestiero, privo, di “storia” intesa come educazione, cultura, in una parola “civiltà”. E cosi’, noi che dobbiamo accoglierli, cadiamo nei pregiudizi che rendono più difficile la loro integrazione, noi, adulti, ma ciò che noi vediamo difficile viene superato dai bambini.
Basta entrare in una classe dove è arrivato un alunno straniero, per rendersi conto come per i bambini non esiste diversità
alcuna ed essi, spesso, aiutano l’insegnante nel favorire anche la comunicazione con questi compagni che parlano una lingua diversa dalla loro, ma che per loro il mare è una distesa di acqua azzurra come per noi.
E’ stato cosi’ per Sophia e Fiamma, due compagne di una classe terza che si intesero subito, Fiamma, bimba italiana, capiva
perfettamente il linguaggio gestuale della compagna proveniente dal Marocco e si faceva portavoce di lei con l’insegnante, fino a quando, lo studio strumentale dell’italiano, rese Sophia capace di dialogare con tutti.
Ma io ritengo solo opera di Fiamma l’inserimento pieno, quindi psicologico, emotivo e culturale di quella alunna che ,si’, avrebbe fatto ugualmente i suoi progressi, ma certamente non con lo stesso spirito di condivisione che le venne offerto dalla vicinanza di
quella compagnetta. Questo è il potere dei bambini: non riconoscere le diversità e accogliere un nuovo compagno come
amico. Copiamo da loro, impareremo tanto.
(art. scritto da C. de Marco)

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L’Argentina di Papa Bergoglio, quel mondo alla fine del mondo…e la malinconia nel cuore

27 Maggio 2016 89 commenti

L’Argentina di Papa Bergoglio, quel mondo alla fine del mondo…e la malinconia nel cuore

Bisogna esserci andati dove c’è il mondo alla fine del mondo e avere misurato il senso della distanza per capire la seconda frase del Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, nella sua prima apparizione alla loggia di san Pietro: “Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma: sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo questo papa quasi alla fine del mondo”.
Se vai in fondo all’Argentina, in fondo alla pampa e poi in fondo alla terra del fuoco e in fondo alle rocce ghiacciate, ai golfi di acque striate di blu e di schiuma bianca, dove non ci sono neppure più gli orsi marini e il vento è un vento che sembra soffiare da un altro mondo che non è quello che finisce lì, cogli quel primo pensiero di Francesco. E puoi immaginare perchè gli argentini come lui e i figli di italiani in Argentina, cresciuti laggiù, hanno quello sguardo fermo ma melanconico, quel filo di ironia che li porta a parlare di un “mondo che finisce”, come di una ineluttabilità mica solo geografica.
Capisci il fondo di nostalgia geneticamente annidata nella memoria degli avi emigranti, dei quali l’Argentina è popolata. Capisci definitivamente e per paradosso anche il fascino irresistibile del tango, della sua musica struggente, non solo dei suoi movimenti languidi, poi secchi improvvisi, gli sguardi fissi, le giravolte che scuotono l’aria e poi gli improvvisi arresti, proprio come se ti affacciassi sulla fine del mondo.
Anche il nuovo Papa ama il tango e questa passione che non è certo quella di danzarlo è la sintonia con la melanconia in movimento delle sue note. Laggiù, a quindicimila chilometri da qua, il cielo, la terra, il ghiaccio, il mare, il vento, le geografia loca (pazza), come la chiamano, sono i segni di una fine che non sembra solo geografica.
E allora immagini tutta la strada che si deve fare, quando si parte da questa nostra terra nel Nord Ovest italiano, nel cuore europeo, per arrivare all’Argentina e poi in fondo all’Argentina.
Il mondo alla fine del mondo è una sensazione che in Argentina ti pulsa nelle vene non solo se affascinato dai racconti dei grandi scrittori, come Francisco Coloane o dei mitici viaggiatori, come Bruce Chatwin che ne hanno scritto quasi puntigliosamente, presi per primi da quel senso di confine del mondo che si percepisce quando si viaggia in giù, quando ti lasci dietro Baires e poi La Plata e poi Bahia Blanca e poi la pampa, che non finisce mai e poi quei luoghi perduti dove vivono popolazioni residuali di cacciatori, pescatori che a una certa latitudine hanno già nostalgia della stessa pampa fuegina e di quella patagonica, perché sotto verso il Polo è un mondo molto più sperduto e precipiti come verso un pozzo oscuro, dove ti salvi solo continuando a navigare inesorabilmente in mari sperduti, fino a quello antartico.
Come si respira tutto questo a Buenos Aires, come si respira se stai migliaia di chilometri più a Nord, magari anche nel cuore della Ciudad Federal, Buenos Aires? Il soffio del mondo alla fine del mondo è forte anche perché non ci sono barriere, non ci sono montagne, catene che dividano quel paese e quando i vento gelido soffia verso nord da quegli spazi perduti arriva fino a Buenos Aires e di colpo la temperatura precipita anche d’estate, di primavera e tu senti il soffio gelato di quel mondo sperduto.
E allora si capisce da quale storia venga il nuovo papa e perché il suo primo pensiero sia stato a quella provenienza così lontana, ma anche così vicina per un Bergoglio, per una famiglia partita da Asti e da Genova, legata ancora così forte a quella memoria da far conservare a lui, futuro prete, futuro gesuita poi monsignore, poi vescovo, poi arcivescovo, poi cardinale, un pugno di terra piemontese sempre quasi in tasca e quel sentimento di distanza, quel metro che poi i figli degli emigranti portano sempre dentro al proprio cuore.
Bisogna esserci andati, in quella Terra alla fine del mondo…. E se, chi ci è andato non ha fatto più ritorno? E’ per questo, allora, che è arrivato lui, Papa Francesco, perché ce la raccontasse?

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