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Archivio Aprile 2013

Educare, compito difficile per insegnanti e genitori

Come si preparano maestri e genitori a questo importante e gravoso
compito, a questa impresa ardua e, nello stesso tempo, lodevole, da cui dipende
la formazione di una personalità armonica e completa , preludio dell’uomo di
domani? Può, questa azione particolarmente difficile, essere lasciata ai
tentativi ed errori che spesso caratterizzano la poca preparazione dei
genitori, chiamati ad essere, dall’oggi al domani, educatori, quindi psicologi,
pedagogisti, e contemporaneamente, autorevoli guide dei loro figli?

E la scuola, non l’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne , il
più delle volte al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui
frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo
dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento,
e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di
discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli
altri, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico
pensiero che ne fanno un’ entità astratta ?

Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è
finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma,
capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza
rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci
appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato
responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.

Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi
educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi
cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti
favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria
educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani , impara dai suoi
sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che
va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo. La
pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo
pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare
nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere
le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto
questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per
tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal
riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della
sua spontaneità e creatività nell’agire. In Europa, furono attivisti pedagogici
Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati
sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come
impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato
periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.

Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti,
perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi,
essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di
creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del
maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro
innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo. Erano, essi, certi che ci
sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un
vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie,
oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò
che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello
che dicono i personaggi televisivi. Le teorie pedagogiche di molti studiosi
hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e
culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone ,
privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove
potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi.

E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due
decenni, il permissivismo di certa educazione , che ha reso quasi assenti quei
genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel
tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso
psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una
intera generazione.

La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più
rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali
di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto,
richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma
assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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