Archivio

Archivio Marzo 2015

I figli della crisi

Nuove generazioni crescono: i figli della crisi.
E’ stato detto che i giovani di oggi sono dei “bamboccioni” o degli “sfigati” se stanno in casa fino a tardi, o se non si laureano prima dei 28 anni. E’ stato detto che per loro si prospetta un futuro incerto, da precari sempre e, come tali, non avranno i mezzi sufficienti per mettere su casa, per formarsi una famiglia, e che la fuga di cervelli tocca già loro quando li vediamo andare all’estero dopo aver passato anni, anche quelli oltre i 28, a perfezionare il loro bagaglio di abilità di cui, tuttavia, hanno già fatto il pienone. O, più semplicemente “fuggono” da un Sud che offre loro il nulla in fatto di lavoro, fosse anche precario o traballante, ma che mai disprezzerebbero pur di non lasciare la loro amata terra, e vanno in quel Nord, sempre terra italica, ma lontano dai loro affetti, per poter realizzare il sogno di indipendenza: vogliamo chiamare anche questi bamboccioni? Sicuramente sfigati per non aver avuto il solito politico alle spalle, ma è questa la sfiga? Avere certamente avuto l’esigenza morale di difendere la propria dignità, di restare liberi, e di non dover dire grazie ad uno “sfigato” figlio di papà, che da solo non avrebbe mai saputo fare nulla. Fuga di cervelli, o precari a vita, bamboccioni o sfigati, sono queste le prospettive che oggi hanno i nostri giovani, che ammettono di essere cresciuti pensando che il boom economico che hanno creato i loro genitori negli anni sessanta fosse ancora in azione e potessero anche loro coglierne i frutti, magari con la possibilità di un posto di lavoro stabile. Sono i figli della crisi o della bancarotta, ma certamente , come è stato detto da qualcuno, gli eventi vissuti in questi ultimi mesi cambieranno la psicologia degli italiani, e loro, i più giovani, si accorgono già di essere a un bivio. Essi sono chiamati a cambiare il loro modo di essere, a costruire una mentalità nuova, così come insegna la storia: quando l’economia crolla , la società si rigenera , e può farlo anche in meglio. Così avvenne negli Usa del ’29, nell’America della Grande Depressione, o in Gran Bretagna con il Winter of Discontent “inverno del malcontento”, oppure durante la caduta finanziaria dell’Asia a fine anni ’90, o in Argentina di dieci anni fa: punti di svolta nella vita di un Paese, o del Mondo, o di un intero secolo. Si pensa che sarà così anche questa volta e i nostri giovani, intelligenti e consapevoli di ciò, lo sanno. Una crisi finanziaria può certamente avere effetti su un ampio ventaglio di attitudini e può creare una mentalità volta alla prudenza, che evita qualunque rischio, o alla difesa strenua del proprio benessere, come fa ancora la Germania, memore della sua Recessione avvenuta negli anni 1922 e 1923.
Sono esempi di crisi finanziarie certamente dolorose per alcune nazioni, che generarono il reagente di una memoria lunga, ma diedero la consapevolezza di come una crisi dolorosa possa diventare la porta verso un equilibrio migliore. E oggi le nuove generazioni sono pronte a scegliere: trascinati di crisi in crisi, spaventati, essi avranno paura del futuro o diverranno più intraprendenti. I loro padri non possono più fare nulla per loro, essi non hanno lasciato l’eredità del posto fisso, hanno creduto, “figli dei fiori”, di poter cambiare il mondo e non si sono piegati al clientelismo di tale classe dirigente che tanto imperava a cui dover chiedere favori per i loro figli. Oppure sono i loro figli che non accettano più corrotti e corruttori? Ebbene, i nostri giovani saranno non divisi e rissosi, ma svilupperanno muscoli d’acciaio e umiltà del sentire, saranno attenti al lavoro con una cultura all’americana del fallimento: innovare è dura e se non va, hai fatto solamente esperienza per la prossima, devi solo credere in quello che vuoi realizzare. Essi stanno maturando una cultura diversa, quella del coraggio di buttarsi: avere un’idea e creare così un posto di lavoro, il loro. Pensano che non sia più obbligatorio andare all’Università per poi cercare di entrare nelle grandi Aziende, ma qualcosa di importante saranno loro stessi a crearlo, il loro motto è: non c’è un posto di lavoro? Il mio me lo creo da solo. Sono i giovani dello startup, i figli del web, del boom tecnologico che, solo, offre loro un’unica certezza in un momento di grande instabilità come quello di oggi, permettendo di abbassare le barriere all’ingresso, e con un computer ti puoi specializzare e costruire da te il tuo lavoro. Adesso anche le Aziende tradizionali si stanno dotando di spazi digitali,tutti nuovi imprenditori, i nostri giovani? Si, ma rigorosamente digitali.
Art. scritto da Crocetta De Marco

Categorie:Senza categoria Tag:

L’ ITALIA DELLA GRANDE BELLEZZA NEL NOSTRO FUTURO

Quale Paese vogliono i ragazzi di oggi per il loro domani? Pensano ad un’Italia alla deriva come quella in cui stanno vivendo, con personaggi simili a quelli attuali, così fortemente impegnati a mantenere il nostro Paese agli ultimi posti nelle varie voci di occupazione giovanile, di aiuto per i più deboli, con famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, e pensionati che vivono con un assegno mensile al di sotto dei mille euro, e con questi devono aiutare anche figli disoccupati?
Trovo giusto, a questo punto, dire basta con le lamentazioni sull’Italia che abbiamo, se si vuole immaginare l’Italia che vorremmo, l’Italia ideale che ad oggi non c’è, ma che possiamo pensare partendo dalla sua GRANDE BELLEZZA che ha sempre conquistato il mondo intero e che tutti ci invidiano, una bellezza geografica, di stile e architettura, di moda e cultura che altrove non trovi, e che da noi è raccontata in ogni città, in ciascuno dei suoi siti ancor più decentrati.
E’, essa, una Bellezza che arriva da molto lontano, da secoli di Storia che sono serviti a consegnarci un’Italia che ha creato e distribuito ricchezze, in mille anni della sua storia di Rinascimento ha inventato modelli economici da esportare, ha saputo cambiare rotta quando necessario se, trovandosi in difficoltà, è sempre riuscita ad agganciare la ripresa.
Ecco, l’errore da evitare è proprio avere una veduta corta, guardare solo all’oggi senza ricordare il passato, e non tenere presenti, nella crisi economica in cui oggi inevitabilmente ci troviamo, quelle ricette che hanno fatto grande il nostro Paese.
Ciò che è utile è proprio guardare all’Italia che è stata per immaginare quella del futuro, quella che vorremmo, guardare a tutto ciò che del passato può servire come modello.
E’ stato, tale argomento, materia di un appassionato studio portato avanti da Giovanni Vigo, docente di Storia dell’Economia Internazionale all’Università di Pavia, il quale sostiene che sono molti gli esempi del nostro passato da seguire, tutte le trasformazioni che ci hanno reso grandi in , dal Medioevo “audace” al Seicento “creativo”. Una borghesia, quella italiana, che dall’anno Mille in poi ha conosciuto momenti di straordinaria floridezza, che ha fatto pensare all’Italia non come un Paese povero.
Dall’anno Mille al 1300 la rinascita urbana ha prodotto una crescita sorprendente. Rotto il legame con il luogo natio, ci si spostava nelle città, ci si reinventava, si produceva con tutto l’entusiasmo che nasce dalla sensazione di essere liberi. Nei centri urbani si imparava soprattutto a rischiare, si apprendeva quell’alfabeto dell’audacia che ha sempre contraddistinto la nostra civiltà industriale.
Nel XIII secolo a Firenze, Genova, Venezia, Milano fiorirono artigiani specializzati, banchieri e commercianti in vari settori occupandosi di produzione e distribuzione, creando un sistema del credito da cui si ebbe, anche, il moderno assegno. Durante il ‘600 fu fronteggiato lo spostamento dell’asse economico-finanziario verso il Nord, mentre le industrie meno raffinate si spostarono nelle campagne e crearono una rete di piccole imprese. Furono Italiani creativi e curiosi, che favorirono il Rinascimento e assorbirono le novità provenienti anche dal mondo islamico dell’Oriente, come quei macchinari di epoca preindustriale per le manifatture laniere.
E’, però, il secolo scorso che ha visto l’economia italiana fare un gran balzo nella storia dell’Italia economica, quando aziende come Fiat e Olivetti contribuirono a disegnare la storia del Capitalismo mondiale.
Fra il 1950 e il 1973 furono gli anni d’oro dell’economia mondiale, insieme alla nascita del Mercato Comune, che diventò subito il principale mercato per le nostre esportazioni . Il boom economico di quegli anni ci traghettò in un periodo di benessere che ci fece vivere un consumismo sfrenato, che ancora paghiamo caro.
Abbiamo affrontato e superato varie crisi economiche puntando sempre sulla capacità tutta italiana di risoluzione dei problemi e capacità di ripresa. Ci si auspica, allora, che non ci si fermi delusi, ma ripartendo da quello che in Italia ha funzionato, si guardi alle sue eccellenze che da sempre hanno portato l’Italia alla ribalta del mondo, fino a farne una Grande Bellezza che tutti ci invidiano.

Categorie:Senza categoria Tag:

“Apprendere per tutta la vita”, ossia Educazione degli adulti.

Progetto molto ambizioso per un Paese che ama definirsi progredito e civile, sempre orientato ad ottenere risultati positivi nei confronti con gli altri Paesi di Ue, progetto che pone l’accento e l’attenzione sulla formazione continua degli adulti, per il quale l’Ocse aveva già dichiarato che l’Italia è ferma ad un secolo fa.
L’attenzione all’istruzione degli adulti è un fatto nuovo e recente nella nostra società dove l’apprendimento è limitato ai banchi di scuola e poi… le occasioni sono nulle, se lo si vede fuori da un programma di un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, dove è materia di studio.
L’attenzione nuova all’istruzione degli adulti si inserisce in un’ottica di educazione permanente che vuole l’apprendimento durare tutta una vita, in una società dinamica che vive cambiamenti repentini, dove una conquista di oggi viene superata da più moderne forme di “saperi”che annullano e rendono obsolete le conoscenze appena acquisite.
Ma, ad oggi l’istruzione degli adulti è limitata ai banchi di scuola per poi campare di rendita se avevi imparato qualcosa, altrimenti… zero occasioni fanno dimenticare quello che già sapevi.
Il rischio è che si incorra in un analfabetismo di ritorno per la privazione di nuove competenze relativamente a un mondo tecnologico che, se non sei al passo, ti mette fuori, ti estromette da quei nuovi campi di conoscenze.
Al contrario queste, se acquisite, ti fanno sentire integrato nel nuovo mondo, ti danno gli strumenti moderni che ti consentono di comunicare in modalità nuove e di sentirti parte di quel nuovo sistema che comunica via internet, via sms e usa moderni strumenti di alta tecnologia per raggiungere amici e conoscenti lontani.
Si intravvede, allora, la necessità che gli adulti, anche utilizzando quel sapere che avevano appreso sui banchi, continuino a coltivarlo con cura per costruire su di esso, come solide basi, nuovo sapere, anche il più moderno e impensabile appena qualche decennio fa.
E’ questo un cambio di passo necessario per tutti gli adulti, anche per coloro che hanno raggiunto il massimo degli studi, la laurea, e però depongono i libri, son proprio loro gli adulti più a rischio, se non seguono corsi di aggiornamento e di qualificazione, più che per i diplomati e gli operai è per tutti costoro l’americano “lifelong learning”, perché continuino ad apprendere oltre la scuola, per la vita.
E’ un’urgenza, il “lifelong learning”, necessario perché viviamo più a lungo, cambiamo lavoro più spesso, causa la precarietà e la flessibilità del mondo del lavoro odierno, dove sono richieste forme di conoscenze che costituiscono il nuovo sapere che fa la cultura di oggi – saperi e mestieri diventati ormai superspecialistici e che devi acquisire tuo malgrado – se non vuoi essere cittadino di “serie B” nella società del terzo millennio.
La voglia di conoscere favorirà un ricambio di energie a qualsiasi età, darà sprint e capacità di inventare ed organizzare il proprio sapere, in una visione di apprendimento permanente che aprirà la mente a sempre nuove conoscenze in un mondo dove ciò che già sai diventa immediatamente vecchio e anacronistico se confrontato alle sempre più nuove conquiste scientifiche.
E’ auspicabile che gli adulti tornino sui banchi per completare la loro istruzione? Si, se si tratta di corsi perché tutti possano raggiungere il sospirato pezzo di carta, sia esso un diploma o una laurea, anche con aiuti dello Stato per quelle imprese che favoriscono il lavoratore quando vuole intraprendere una frequenza ai corsi serali per accrescere la sua preparazione ed allargare il suo orizzonte culturale.
Ma per tutti gli altri, per coloro che già hanno un diploma o una laurea, basterà la sola voglia di seguire i tempi, e lavorare sul proprio terreno di competenze renderà tutto più facile.

Categorie:Senza categoria Tag:

Quando è buona e giusta la “promozione umana”

C’è un sentimento che raramente si accetta e lo si coltiva in noi, esso è da spiriti superiori e chi lo coltiva ha già in sé il seme di alti valori, è egli stesso uno spirito superiore. Questo sentimento che ci eleva dalla dimensione terrena è il senso di gratitudine, quella riconoscenza che ci migliora il cuore e la mente e ci porta alla umiltà del sentire, alla capacità di riconoscere che c’è chi agisce coerentemente al dettato evangelico facendo della “promozione umana” un obiettivo imprescindibile della propria esistenza. Così si promuove chi si incontra sul proprio cammino guardando al di là dei suoi limiti. Un’amicizia è vista da angolazioni sempre positive, un insuccesso è accettato come fonte di esperienza, piccoli e grandi nei di chi attraversa la nostra vita sono visti come occasioni di crescita spirituale. Ma tutto questo processo di superiore sentire è sempre riconosciuto da chi promuovi? Ha costui la capacità di comprendere quanto alto è il mandato che ci si è imposto, o non piuttosto ride della nostra dabbenaggine e riconosce solo a se stesso il potere di meritare questo trattamento che solo tu vedi come “promozione umana”? C’è in lui la capacità di intelligere che gli consenta di arrivare al pensiero che stai perseguendo, o gli è più consono coltivare l’accattivante idea di meritare quanto viene fatto nei suoi riguardi senza, per questo, ricorrere a quel tanto decantato senso di gratitudine, senza imparare, una volta nella vita, che un “grazie” è spesso necessario e sta a dimostrare che, finalmente, qualcosa l’ha pur egli capita? Bel sentimento la riconoscenza, ma spesso anche brutta bestia da combattere, se ti obbliga a guardare con benevolenza, spesso capace di generare sentimenti avversi. Ed ecco avere spesso contro proprio la persona che hai promosso, l’hai visto come un tuo simile, ma non simile nei sentimenti. I suoi sentimenti diventano ostili, e ti accorgi che ciò che hai fatto è stato inutile. Ma, d’altronde, cosa pretendevi, rustica progenie, semper villana fuit. Bene, allora facciamo sì promozione umana, ma individuando nella persona che vogliamo aiutare almeno un substrato di umiltà, di capacità di sincera riconoscenza, che inevitabilmente porteranno ad un sentire comune e ad una gratitudine che davvero lo eleveranno.

Categorie:Senza categoria Tag:

19 Marzo, e chi il papà non l’ha mai avuto?

Fra tutte le discriminazioni che ci vengono dalla società, la più insopportabile è quella di non avere padre. Sei additato crudelmente, e con cattiveria ti viene ricordato: non hai un padre. Sei riconosciuto come: chi, quello che non ha padre? Chi ti spianerà la strada, chi cercherà, fra tutti i suoi vicini o lontani conoscenti, la persona che ti possa trovare la giusta raccomandazione per i tuoi studi prima, per trovarti un lavoro dopo, insomma colui sempre pronto, anche qualche volta burberamente, a risolverti ogni problema, insomma, tuo padre, se ce l’hai! E, se non ce l’hai? Non avrai tutto questo, la vita ti ha beffato, ti ha tolto un sostegno, e non solo l’altra parte di affetto che deve provenire da una famiglia normale, con tutti i benefici di avere due genitori, ma anche un quadretto monco della tua famiglia, se guardi una foto ci fai caso già da piccolo, il vuoto è evidente, c’è solo la tua mamma, e lui dov’è? Lo piangi, se ti dicono che è andato in cielo, gli porti dei fiori e preghi per lui. Ma se la beffa è stata grande, se il giovane padre ha preso in mano la sua vita ed è fuggito dalle sue responsabilità, lasciando te di soli tre anni con fratellini e mamma per un viaggio da cui non fa più ritorno? Cosa c’è da festeggiare per un padre così? Meno male che un’esperienza simile ti fa capire tutti i vuoti, ti rende vulnerabile alle assenze di qualsiasi tipo, e se ti trovi una scolaresca davanti, ci pensi due volte, anzi guardi i dati anagrafici, prima di festeggiare la tale festa, che sia del papà o della mamma: ce l’avete tutti? Ed anche i nonni, per il loro giorno, ce l’avete tutti e due? Altrimenti, nel dubbio, è meglio disobbedire alle regole che la società si inventa per i più fortunati, e per gli altri, quelli discriminati da condizioni diverse, il 19 Marzo festeggiamo solo S. Giuseppe, andremo certamente sul sicuro.

Categorie:Senza categoria Tag:

L’attenzione ai bambini, quando è educativa

Dare attenzione ad un bambino non significa lodare o criticare un suo comportamento, significa semplicemente fargli notare quel comportamento e prenderne atto senza soffermarsi a fare commenti. In questo modo si riconosce al bambino responsabilità, si ammettono nel caso errori occasionali, si dimostra di essere disponibili a scherzare e alla critica costruttiva. Elogiare per elogiare non serve, perché di solito i bambini non hanno bisogno di lodi che accrescano il loro orgoglio, bensì hanno bisogno di riconoscimenti e affermazioni che li aiutino a identificare se stessi.
Dare attenzione positiva motiva il bambino a superare le difficoltà, a risolvere i problemi, a lavorare per raggiungere i risultati prefissati e quindi per essere correttamente notato da genitori che rispettano la sua personalità e lo tengono in considerazione. Per modificare comportamenti cattivi o difficili un genitore può cambiare il modo di interagire con il figlio focalizzando, per esempio, la sua attenzione sui compiti eseguiti bene senza dare pareri o soffermarsi sugli errori. Un arco di tempo di tre o quattro settimane di questa strategia, permetterà di comprendere se si è sulla strada giusta.
Gli adulti si guadagnano rispetto agli occhi dei bambini mantenendo il controllo senza urlare o fare scenate, senza lodare in continuazione e mostrandosi per quello che si è, compresi pregi e difetti.

Categorie:Senza categoria Tag:

Parità tra uomo e donna: s’inizia dall’ ambito linguistico

C’è una regola grammaticale che impone la forma al femminile di vari termini più conosciuti al maschile, come “ministra”da ministro, “architetta” da architetto, “ingegnera” da ingegnere, perfettamente compatibile con i meccanismi morfologici di formazione delle parole, e che viene infranta per motivi se non grammaticali, di sicura matrice socioculturale. Ma perché queste forme al femminile trovano una certa resistenza ad un uso corrente dell’italiano contemporaneo, se è il femminile stesso ad avere apportato cambiamenti radicali alla nostra società?

Oggi, molte professioni sono svolte indifferentemente sia da donne che da uomini, oggi è frequente incontrare la camionista, la geometra, la vigile urbano, ma permane una certa resistenza ad attribuire alla donna funzioni importanti, per cui stenta a decollare “la ministra”, “la sindaca”, “la ingegnera”.

Mentre è fondata l’accusa di sessismo che viene rivolta alla nostra società, tuttavia appare chiaro che, linguisticamente, alla base c’è una accettazione, da parte delle donne per il periodo che va dagli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, di un’idea errata di parità con l’uomo, che imponeva l’omologazione al modello maschile.

Così, essere chiamata chirurgo, direttore, architetto o ingegnere, era per le donne il segno di una equità finalmente raggiunta, e non piuttosto una forma di assimilazione al mondo maschile e il rafforzamento della tradizione androcentrica, secondo cui l’uomo è il parametro attorno a cui ruota l’universo linguistico.

Ci sembra evidente, allora, che a veloci e continui cambiamenti della nostra lingua sotto gli influssi dei mutamenti sociali che la rendono particolarmente permeabile rispetto al lessico tecnologico inglese, non corrisponda una certa coerenza grammaticale di alcune frasi, quando si tratta di scegliere la concordanza di articoli, aggettivi, pronomi e participi. Sono costruzioni linguisticamente contraddittorie <la ministro Gelmini>, <il presidente Marcegaglia è stato accolto>, ecc…

Nonostante la sociolinguistica tenda ad imporci forme femminili di termini usati da sempre al maschile, non si può tuttavia negare che l’uso dei vari ingegnera, ministra o chirurga, pur essendo ineccepibili sul piano morfologico, rimanga, però, rarissimo.

La linguista Cecilia Robustelli in un saggio su “L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo” scrive: < Sembra che la lingua italiana mostri esitazione a riconoscere il percorso di emancipazione femminile avvenuto in tutta Europa a partire della fine dell’Ottocento per quanto riguarda la conquista di nuovi ruoli e professioni da parte delle donne>.

E’ evidente allora che, anche sul piano linguistico, si avverte la necessità di riconoscere l’insieme delle caratteristiche socioculturali che si accompagnano alla appartenenza all’uno o all’altro sesso, e scoprire le differenze di genere per far valere la propria identità.

E’ sul piano sociale che bisogna agire per riequilibrare un lunghissimo periodo di discriminazione, rendendo sempre più visibili le donne, favorendo più opportunità in ogni campo.

Una buona strategia di visibilità rimane comunque, sempre linguisticamente, l’uso della formula doppia: < i signori e le signore>, oppure <lavoratori e lavoratrici>, sebbene essi siano forme di contesti istituzionali.

Categorie:Senza categoria Tag:

Perchè l’8 Marzo non mi piace

La giornata che volge al termine ha avuto un significato profondo, perché dedicata alle donne, oggi un uomo su quattro ha acquistato una mimosa per donarla ad una donna. Ma ciò che fa riflettere è quel 16% di donne che ha acquistato una mimosa per se stessa o per donarla ad un’amica. Sente la donna il desiderio di festeggiarsi essa stessa? Cosa le fa pensare di avere bisogno di un giorno dedicato al suo genere ? Vive l’emarginazione, è consapevole di essere dimenticata da uno… Stato che non aiuta le donne nella loro attività lavorativa, preclude loro ogni possibilità di carriera e le invoglia a rinunciare anche ad essere madri? Una campagna di sensibilizzazione qualche anno fa invitava gli uomini ad essere gli attori del cambiamento, riconoscendo che alla società servono altri uomini, uomini diversi che aiutino le donne alla vera emancipazione, alla scoperta della loro dignità ogni qualvolta essa venga negata, vuoi con atti di violenza fisica o psicologica, o quando calpestati vengono i loro diritti. La storia dell’8 Marzo ci ricorda diritti sempre negati alle donne, donne ritenute inferiori all’uomo alle quali era negato il diritto al voto, e poi le lotte degli anni ’70 per la conquista di un nuovo diritto di famiglia che le equiparasse all’uomo, lotte anche esasperate, ma che hanno consentito alle donne di ritrovare il rispetto di sé, perché non sentissero ancora calpestata la loro dignità e potessero educare le figlie al pieno rispetto di sé come donne. Ma è ancora valida una giornata come quella di oggi? La donna ha ancora bisogno degli auguri, di una mimosa per sentire il suo valore, oppure, come ha detto Papa Francesco, è consapevole che non solo trasmette la vita, ma vede anche oltre? E a noi donne può bastare quanto detto dal Papa: le donne tutte vedono oltre e ogni giorno cercano di costruire una società più sana e accogliente.

Categorie:Senza categoria Tag:

La collaborazione tra scuola e famiglia: è ancora un principio pedagogico?

Era stato per lungo tempo un caposaldo di tutta l’opera della scuola, che riteneva conditio sine qua non, per realizzare il suo obiettivo di una armonica formazione dei nostri giovani, la piena collaborazione tra insegnanti e genitori, riconoscendo la validità, nel processo educativo, di tale rapporto.

E tale rapporto, perché funzionasse bene, era necessario che fosse basato sulla totale fiducia data dalle famiglie alla scuola, a quei docenti ai quali si affidavano i propri figli , dai genitori che si fidavano della preparazione culturale e dell’esperienza di chi faceva del proprio lavoro un’opera volta alla costruzione delle giovani personalità ad essi affidate.

Ma oggi, è ancora così? E’ ancora riconosciuta l’importanza di tale collaborazione? I genitori guardano ancora ai docenti come a dei loro collaboratori nella loro difficile azione educativa, e alla scuola come unica agenzia che bene si affianca ad essi?

A quanto pare, oggi le cose sono completamente diverse, i genitori guardano alla scuola con quel consumismo che accompagna ormai ogni loro pensiero, una scuola anch’essa usa e getta, da usare quando serve, ossia per dare un po’ di cultura ai loro piccoli, dei quali loro non si possono occupare, e dove poterli parcheggiare dal mattino al pomeriggio inoltrato, dati in consegna ad un personale che, spesso, non si conosce bene, causa il continuo avvicendamento e la pluralità di un corpo docente che non si fa in tempo a conoscere.

E, verrebbe da dire qui, si stava meglio quando si stava peggio, ma era proprio peggio il maestro unico, di lontana memoria? Ma, agevola tutto ciò la fiducia che si riponeva una volta negli insegnanti che si dovevano occupare dei figli, favorisce la ricerca di quella collaborazione tra scuola e famiglia che la vecchia pedagogia auspicava, perché insieme si arrivasse a fare presa nel pensiero dei giovani alla scuola affidati? Oggi i genitori sono più propensi a vibranti proteste, nessuno vuole ricevere cattive notizie sui figli, e addirittura si moltiplicano i casi di minacce o aggressioni verso i poveri professori da parte di madri inferocite e padri furibondi.

E quando la pagella è uno schifo, il preside convoca la famiglia, allora bisogna necessariamente prendere atto che il proprio figliolo, al quale non manca nulla, tablet, telefonino, vestiti firmati e belle macchine ai più grandicelli, è una frana, non ha fatto nulla per un intero quadrimestre.

Ma si va alla ricerca, anche, di chi è la colpa, e di chi può essere se non del tale insegnante, vecchio e saccente che non sopporta il proprio figlio, che va piegato a più miti consigli, e che la scuola è il regno dell’ingiustizia?

Così, calpestando il principio di piena fiducia che deve accompagnare l’affido alla scuola dei propri figli da parte dei genitori, mentre loro, i genitori avanzano sempre più aggressivi e i professori retrocedono sempre più intimoriti, si verifica un’azione di ribaltamento in quel rapporto nato con la sola finalità di essere educativo: da collaborazione tra genitori e insegnanti diventa una tenaglia prof.padri alla quale il furbo figlioletto impara a sottrarsi.

E’ questa la nuova scuola che formerà gli uomini di domani? E che uomini avremo, allora, domani?

Categorie:Senza categoria Tag:

Come aiutare i nostri figli a costruire un carattere forte.

 

 

Si pensa erroneamente che essere genitori significhi evitare ai nostri figli ogni problema, difenderli da insuccessi e delusioni, proteggerli da ogni piccola avversità. Ma come si può dominare questo istinto primordiale in vista di un importante obiettivo educativo, ossia aiutare nostro figlio a costruire un carattere forte?

Un carattere forte è il vero antidoto agli imprevisti della vita, è un insieme di grinta,ottimismo e perseveranza indispensabile per prepararsi ad affrontare ciò che la vita gli riserva. Come aiutarlo, allora?

Impostare un atteggiamento educativo più efficace non è mai troppo tardi, in special modo se ci si accorge di stare sbagliando in qualcosa. E allora iniziamo ad analizzare quali atteggiamenti sono da evitare.

Mai risparmiargli uno sforzo perché equivarrebbe a comunicargli il messaggio negativo che è incapace di farcela da solo, permettergli, anzi, di mettersi alla prova significherà dargli la possibilità di sperimentare e imparare.

Aiutarlo a sviluppare una percezione realistica di sé accettando delusioni sportive, piccoli insuccessi perché possa capire quali sono i suoi errori e possa, così, migliorare, spiegandogli che non sempre è colpa degli altri se qualcosa va storto.

Se si è convinti che è capace di cavarsela da solo, gli si può chiedere uno sforzo in più, perché esigere troppo è un errore, ma non aspettarsi niente è altrettanto sbagliato. Come è altrettanto sbagliato quando le richieste sono eccessive, allora si rischia di generare solo stress.

Se qualcosa lo fa soffrire, siamo vicini a lui e immedesimiamoci nella sua sofferenza, basterà ricordargli che anche noi si è stati piccoli e che molte cose ci hanno ferito, allora visto come cosa grave, ma da cui ci si è sempre ripresi, perché perdere fa parte della vita.

Infine, è utile, abituarlo a riflettere sulle sue sconfitte, chiedendogli dove può avere sbagliato e cosa, invece, avrebbe potuto fare. Elaborerà ciò che è avvenuto e impara a trovare, in seguito, nuovi modi per risolvere i problemi.

Categorie:Senza categoria Tag: