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Archivio Aprile 2015

E’ sempre l’ ITALIA DELLA GRANDE BELLEZZA quella che ospita l’ EXPO 2015?

29 Aprile 2015 47 commenti

Ci siamo, quasi….siamo quasi arrivati al fatidico giorno del Grande inizio.
Parte il 1° Maggio EXPO 2015 !!!
Qual è il Paese pronto ad accogliere questa grande Esposizione mondiale per la quale si prepara da circa sette anni, da quando politici ferrati in economia hanno pensato di dare nuovo vigore alla nostra Italia, non lasciandosi sfuggire questa grande possibilità di rilancio economico, afferrando al volo questo treno che molti ci contendevano? Cosa presenterà l’Italia alle altre Nazioni che parteciperanno alla grande Esposizione mondiale, oltre i suoi tesori alimentari?
Cosa farà bella e presentabile l’Italia di oggi a tutti coloro che verranno a visitare la grande Festa, oltre ciò che è l’unico fattore per cui merita l’ammirazione di tutti gli altri popoli, e che consiste nell’orgoglio che le deriva di essere la porta dell’Europa a cui bussano i nostri fratelli che vengono dall’Africa e a cui essa è chiamata a dare sempre una risposta? Dimenticherà, in questi momenti di grande euforia, tutti i problemi interni che l’attanagliano, con personaggi simili a quelli attuali che formano il nostro Parlamento e così fortemente impegnati a mantenere il nostro Paese agli ultimi posti nelle varie voci di occupazione giovanile, di aiuto per i più deboli, di liti in quel Parlamento fra chi ci dovrebbe governare, con un Meridione sempre più bistrattato dove tutto sta crollando, e dove giovani che hanno studiato con accanimento sono costretti ad emigrare per completare le loro ricerche, trovarsi un lavoro e sentirsi realizzati senza dover dire grazie al politico di turno?
E, se non è l’Italia presente quella che ci entusiasma, o meglio, gli italiani che oggi ci rappresentano e che stanno favorendo il declino totale della nostra cultura, se non è questa l’Italia che ci inorgoglirà di fronte agli altri Stati che qui verranno per questa EXPO grandiosa, avremo sempre la nostra Storia di civiltà e culture antiche che hanno contribuito a fare della nostra Italia, l’Italia della GRANDE BELLEZZA che tutti ci invidiano e che ha sempre conquistato il mondo intero.
Una bellezza geografica, di stile e architettura, di moda e cultura che altrove non trovi, e che da noi è raccontata in ogni città, in ciascuno dei suoi siti ancor più decentrati.
E’, essa, una Bellezza che arriva da molto lontano, da secoli di Storia che sono serviti a consegnarci un’Italia che ha creato e distribuito ricchezze, in mille anni della sua storia di Rinascimento ha inventato modelli economici da esportare, ha saputo cambiare rotta quando necessario se, trovandosi in difficoltà, è sempre riuscita ad agganciare la ripresa.
Siamo certi che basterà il ricordo del suo passato splendore per riscattare l’Italia di oggi, già le è stato concesso il privilegio di essere scelta per questo evento mondiale che, si prevede, attirerà visitatori da ogni parte del pianeta, e la nostra Milano sarà, dall’ 1 Maggio al 31 Ottobre, la città più vissuta e più al centro dell’attenzione di tutto il mondo, dove esporranno tutte le Regioni d’Italia, ciascuna con attrattive e peculiarità territoriali proprie.
Siamo certi, ancora, che questo evento che sta per avere avvio, EXPO 2015, sarà per Milano e l’Italia tutta un sistema nuovo per cambiare rotta, un nuovo traino per agganciare la ripresa, un moderno Rinascimento.

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25 Aprile 1945- 25 Aprile 2015 SUCCEDEVA OGGI

25 Aprile 2015 94 commenti

70° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo
Commemora questa ricorrenza l’ interessante il libro di Aldo Cazzullo “Possa il mio sangue servire”, pubblicato alla vigilia della Festa della Liberazione dal nazifascismo del 25 Aprile. Il libro raccoglie le storie di uomini e donne che fecero la Resistenza contro la dittatura del nazifascismo e, per questo, sono morti.
Cazzullo così presenta il suo libro: “È importante riconoscere il coraggio dei partigiani, anche raccontando le pagine nere della Resistenza che pure ci sono state e non vanno nascoste. E poi è importante dire che la Resistenza non fu fatta solo da partigiani. Resistenti furono i carabinieri, i militari internati in Germania che preferirono restare nei lager nazisti piuttosto che andare a Salò, i sacerdoti, le suore. Ci furono 30 suore italiane ‘giuste fra le nazioni’ per avere salvato centinaia di ebrei. E poi le donne, che dettero un contributo straordinario alla Resistenza. Non è un caso che dal giugno del ’46 le donne possono votare per la prima volta. È un diritto che si sono conquistate con il loro impegno per la libertà e la democrazia”.
E noi donne siamo fiere di questa grande conquista da parte delle coraggiose donne di allora che, sprezzanti del pericolo, furono prime a voler raggiungere la parità di genere, combattendo accanto ai loro uomini: quanta differenza con le “quote rosa” di oggi!!

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Il rapporto fra le generazioni e la figura paterna

25 Aprile 2015 55 commenti
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La questione meridionale: una questione mai risolta

24 Aprile 2015 110 commenti

Tornavo qualche sera fa da Palermo, dall’aeroporto Falcone e Borsellino, e devi attraversare tutta la città per accedere all’autostrada che conduce alla parte più a sud della costa siciliana: raggiungevo la mia città, Agrigento, e dopo di noi, ci sono, infatti, le isole, le Pelagie, e poi l’Africa. Si era fatto già notte, l’aereo era atterrato alle 11 e vai, con le operazioni di sbarco, prendi la macchina al nolo, percorri quei 150 Km circa di notte attraversando le strade più brutte d’Italia, sempre funestate da incidenti gravissimi, strade che tutti noi, provenienti da città prive di Università, abbiamo sempre fatto per proseguire i nostri studi, affidati solo, noi e i nostri figli, alle preghiere dei nostri cari, da casa. Ed era il buio della notte, mentre percorrevo le strade dell’entroterra siciliano, a permettermi di vedere la mia bella terra, la Sicilia, in tutta la sua miseria , quando miseria è sinonimo di privazione: strade prive di luci, di segnaletica, strade tortuose che si ostinano a chiamare “a scorrimento veloce”, ma di veloce trovi solo qualche macchina che, guidata da un incosciente, rischia di venirti addosso affrontando, in un doppio senso di circolazione, una curva, effettuando un sorpasso sempre azzardato. Strade prive di qualsiasi struttura per sostare e riposare, una comunissima stazione di servizio per rifornimento di carburanti, strade buie e silenziose, che ti fanno sentire il posto che devi raggiungere molto più lontano di quanto effettivamente sia, perché il tempo si allunga nel silenzio lunare che avvolge le nostre strade di notte. Il pensiero è uno solo quando il sole non illumina il tuo bel mare e tu sei lì di notte e devi affrontare tutti quei chilometri per raggiungere casa tua, tanto agognata, i tuoi amici che hai lasciato lì a sonnecchiare, e per questo ti sembrano più fortunati di te, ed è un pensiero che genera rabbia: la Sicilia sarà sempre una terra abbandonata e dimenticata, che non vede progresso e non intravede alcuna speranza di un futuro migliore. E’ un pensiero che genera rabbia, ripeto, e meno male, perché questo sentimento che devi gestire all’una di notte mentre guidi, ti tiene sveglio, ti aiuta a non andare contro un muro, ti fa riflettere con la lucidità che non hai quando sei lontano, e allora dici: è per questa terra che io non trovo quiete quando sono sù, in quel Nord dove sono stato apprezzato e ho trovato il modo di impiegare le mia risorse, di essere me stesso, rinunciando a chiedere, a fare il portaborse del tizio politico, privandomi della mia dignità? E la stessa rabbia mi porta a pensare ad una questione meridionale sempre esistente, mai risolta, che vede i politici sempre più corrotti ed una classe dirigente inadatta a risollevare le sorti del Sud, interessata a mantenere quelle condizioni di perenne disoccupazione dei nostri giovani, di difficoltà ambientali che, ancora oggi, sono causa di isolamento geografico ed economico, vedi mancanza di aeroporti, di infrastrutture e di strade percorribili senza rischi, magari elevate al grado di autostrade.
Ripercorrendo le fasi della questione meridionale, dalla nascita dell’Unità d’Italia (anno 1861), è evidente che alla base di tale questione ci sia stato un divario tra Nord e Sud, che ha visto forze economiche e industrializzazione concentrate al Nord, mentre era costante l’impoverimento delle masse contadine, la loro arretratezza culturale e la loro dipendenza dai ceti dominanti, il cui unico obiettivo era quello di controllarne il consenso e assoggettarle ai loro bisogni. Molti furono i fautori di una politica che sanasse le storture del sistema italiano e le sperequazioni tra Nord e Sud, sottolineando la necessità di una programmazione di interventi a favore del Sud, che non furono mai realizzati. Il loro fallimento servì solo a dimostrare la debolezza di tutte le operazioni di rilancio per il Sud, segnando il destino amaro di questa Regione. Ad oggi, possiamo dire che non è cambiato niente, la Sicilia rimane l’ultima regione d’Italia nelle varie voci: industrie, infrastrutture, strade, occupazione, attività culturali e moderna alfabetizzazione, perché priva di risorse economiche e investimenti di ricchezze che facilitino la sua industrializzazione, e aiutino la nostra Regione a sanare il gap che ancora esiste tra Nord e Sud.
Ma, come farà la Sicilia ad emergere, a superare questo divario con le sue sole forze, turismo, clima ,se lascia scappare i suoi giovani migliori che, appena laureati, cercano occupazione, emancipazione da queste ataviche schiavitù che hanno segnato per secoli la loro regione, in Regioni del Nord, dove non sentiranno parlare più dei nuovi politici della loro terra, dove loro si sentono discriminati solo da una posizione sociale che sa di corruzione: tu non hai nessun politico alle spalle, quindi non puoi andare avanti! I nostri giovani che vanno via portano con sé tanta amarezza, ma non smettono di coltivare in cuor loro la speranza di ritornare per spendere le loro energie nella loro terra, realizzare quel cambiamento che ancora si attende dall’Unità d’Italia e da oltre 60 anni dall’ultima guerra, che faccia finalmente superare questo divario tra Nord e Sud e si possa costruire, così, una vera unità nazionale.

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Apprendere sempre, ossia Educazione degli adulti

Progetto molto ambizioso per un Paese che ama definirsi progredito e civile, sempre orientato ad ottenere risultati positivi nei confronti con gli altri Paesi di Ue, progetto che pone l’accento e l’attenzione sulla formazione continua degli adulti, per il quale l’Ocse aveva già dichiarato che l’Italia è ferma ad un secolo fa.
L’attenzione all’istruzione degli adulti è un fatto nuovo e recente nella nostra società dove l’apprendimento è limitato ai banchi di scuola e poi… le occasioni sono nulle, se lo si vede fuori da un programma di un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, dove è materia di studio.
L’attenzione nuova all’istruzione degli adulti si inserisce in un’ottica di educazione permanente che vuole l’apprendimento durare tutta una vita, in una società dinamica che vive cambiamenti repentini, dove una conquista di oggi viene superata da più moderne forme di “saperi”che annullano e rendono obsolete le conoscenze appena acquisite.
Ma, ad oggi l’istruzione degli adulti è limitata ai banchi di scuola per poi campare di rendita se avevi imparato qualcosa, altrimenti… zero occasioni fanno dimenticare quello che già sapevi.
Il rischio è che si incorra in un analfabetismo di ritorno per la privazione di nuove competenze relativamente a un mondo tecnologico che, se non sei al passo, ti mette fuori, ti estromette da quei nuovi campi di conoscenze.
Al contrario queste, se acquisite, ti fanno sentire integrato nel nuovo mondo, ti danno gli strumenti moderni che ti consentono di comunicare in modalità nuove e di sentirti parte di quel nuovo sistema che comunica via internet, via sms e usa moderni strumenti di alta tecnologia per raggiungere amici e conoscenti lontani.
Si intravvede, allora, la necessità che gli adulti, anche utilizzando quel sapere che avevano appreso sui banchi, continuino a coltivarlo con cura per costruire su di esso, come solide basi, nuovo sapere, anche il più moderno e impensabile appena qualche decennio fa.
E’ questo un cambio di passo necessario per tutti gli adulti, anche per coloro che hanno raggiunto il massimo degli studi, la laurea, e però depongono i libri, son proprio loro gli adulti più a rischio, se non seguono corsi di aggiornamento e di qualificazione, più che per i diplomati e gli operai è per tutti costoro l’americano “lifelong learning”, perché continuino ad apprendere oltre la scuola, per la vita.
E’ un’urgenza, il “lifelong learning”, necessario perché viviamo più a lungo, cambiamo lavoro più spesso, causa la precarietà e la flessibilità del mondo del lavoro odierno, dove sono richieste forme di conoscenze che costituiscono il nuovo sapere che fa la cultura di oggi – saperi e mestieri diventati ormai superspecialistici e che devi acquisire tuo malgrado – se non vuoi essere cittadino di “serie B” nella società del terzo millennio.
La voglia di conoscere favorirà un ricambio di energie a qualsiasi età, darà sprint e capacità di inventare ed organizzare il proprio sapere, in una visione di apprendimento permanente che aprirà la mente a sempre nuove conoscenze in un mondo dove ciò che già sai diventa immediatamente vecchio e anacronistico se confrontato alle sempre più nuove conquiste scientifiche.
E’ auspicabile che gli adulti tornino sui banchi per completare la loro istruzione? Si, se si tratta di corsi perché tutti possano raggiungere il sospirato pezzo di carta, sia esso un diploma o una laurea, anche con aiuti dello Stato per quelle imprese che favoriscono il lavoratore quando vuole intraprendere una frequenza ai corsi serali per accrescere la sua preparazione ed allargare il suo orizzonte culturale.
Ma per tutti gli altri, per coloro che già hanno un diploma o una laurea, basterà la sola voglia di seguire i tempi, e lavorare sul proprio terreno di competenze renderà tutto più facile.

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SIAMO BUONI EDUCATORI?

15 Aprile 2015 154 commenti

Dare attenzione ad un bambino non significa lodare o criticare un suo comportamento, significa semplicemente fargli notare quel comportamento e prenderne atto senza soffermarsi a fare commenti. In questo modo si riconosce al bambino responsabilità, si ammettono nel caso errori occasionali, si dimostra di essere disponibili a scherzare e alla critica costruttiva. Elogiare per… elogiare non serve, perché di solito i bambini non hanno bisogno di lodi che accrescano il loro orgoglio, bensì hanno bisogno di riconoscimenti e affermazioni che li aiutino a identificare se stessi. Dare attenzione positiva motiva il bambino a superare le difficoltà, a risolvere i problemi, a lavorare per raggiungere i risultati prefissati e quindi per essere correttamente notato da genitori che rispettano la sua personalità e lo tengono in considerazione. Per modificare comportamenti cattivi o difficili un genitore può cambiare il modo di interagire con il figlio focalizzando, per esempio, la sua attenzione sui compiti eseguiti bene senza dare pareri o soffermarsi sugli errori. Un arco di tempo di tre o quattro settimane di questa strategia, permetterà di comprendere se si è sulla strada giusta. Gli adulti si guadagnano rispetto agli occhi dei bambini mantenendo il controllo senza urlare o fare scenate, senza lodare in continuazione e mostrandosi per quello che si è compresi pregi e difetti.

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Lotta per la conquista di diritti targati “anni 70″

Sono stata ragazza negli anni ’70, di quella generazione che, però, è stata di rottura con le idee antiquate di quella precedente.

I miei ricordi sono di “lotta” per la conquista di quelli che già noi sentivamo nostri diritti.

Diritto alla nostra realizzazione, perchè prime giovani che studiavano anche fuori sede, nonostante i “grandi” ci etichettassero come poco di buono, sol perchè miravamo ad un titolo per potere, anche, lavorare. Diritto a vestirci e truccarci anche fuori dagli schemi imposti da un certo perbenismo che ci imponeva il nostro essere di buona famiglia. Diritto ad incontrarci con coetanei, anche solo per discutere di politica, religione, nuova società che immaginavamo per noi e per i nostri figli, bisogno di libertà che sentivamo necessaria per le nostre menti già aperte sul futuro.

La mia generazione, sono convinta, ha traghettato un passato fatto solo di ipocrisie e grettezza mentale ad un periodo di grandi capovolgimenti, di cui i nostri figli stanno godendo i frutti.

Essa ha vissuto in pieno il ’68, anche se in piccole realtà, ma già consapevole di una azione di grande rinnovamento nei costumi e nella mentalità che ci avevano preceduto. Certo, è stato difficile, una vita di lotta sul fronte della richiesta continua di quel rispetto per l’essere persona, prima ancora di “donna di casa”, ma i nostri studi ci hanno tanto aiutato in questo.

Per questo credo che l’istruzione abbia favorito, e favorisce sempre la presa di coscienza del valore dell’essere donna. Dovevo scrivere tutto questo, perché, oggi come allora, so bene che sta a noi donne aiutare l’uomo che ci sta accanto ad uscire da una mentalità che ci vuole soprattutto mogli e madri, per iniziare a vederci prima di tutto “persona” degna di rispetto e stima.

Ho molto lavorato su questo fronte, perchè sì, è vero l’Italia è ancora un paese maschilista, ma se ci muove il senso morale dell’amore di sè, tutte possono farcela, come credo di esserci riuscita io.

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Nuove generazioni crescono: i figli della crisi.

E’ stato detto che i giovani di oggi sono dei “bamboccioni” o degli “sfigati” se stanno in casa fino a tardi, o se non si laureano prima dei 28 anni. E’ stato detto che per loro si prospetta un futuro incerto, da precari sempre e, come tali, non avranno i mezzi sufficienti per mettere su casa, per formarsi una famiglia, e che la fuga di cervelli tocca già loro quando li vediamo andare all’estero dopo aver passato anni, anche quelli oltre i 28, a perfezionare il loro bagaglio di abilità di cui, tuttavia, hanno già fatto il pienone. O, più semplicemente “fuggono” da un Sud che offre loro il nulla in fatto di lavoro, fosse anche precario o traballante, ma che mai disprezzerebbero pur di non lasciare la loro amata terra, e vanno in quel Nord, sempre terra italica, ma lontano dai loro affetti, per poter realizzare il sogno di indipendenza: vogliamo chiamare anche questi bamboccioni? Sicuramente sfigati per non aver avuto il solito politico alle spalle, ma è questa la sfiga? Avere certamente avuto l’esigenza morale di difendere la propria dignità, di restare liberi, e di non dover dire grazie ad uno “sfigato” figlio di papà, che da solo non avrebbe mai saputo fare nulla. Fuga di cervelli, o precari a vita, bamboccioni o sfigati, sono queste le prospettive che oggi hanno i nostri giovani, che ammettono di essere cresciuti pensando che il boom economico che hanno creato i loro genitori negli anni sessanta fosse ancora in azione e potessero anche loro coglierne i frutti, magari con la possibilità di un posto di lavoro stabile. Sono i figli della crisi o della bancarotta, ma certamente , come è stato detto da qualcuno, gli eventi vissuti in questi ultimi mesi cambieranno la psicologia degli italiani, e loro, i più giovani, si accorgono già di essere a un bivio. Essi sono chiamati a cambiare il loro modo di essere, a costruire una mentalità nuova, così come insegna la storia: quando l’economia crolla , la società si rigenera , e può farlo anche in meglio. Così avvenne negli Usa del ’29, nell’America della Grande Depressione, o in Gran Bretagna con il Winter of Discontent “inverno del malcontento”, oppure durante la caduta finanziaria dell’Asia a fine anni ’90, o in Argentina di dieci anni fa: punti di svolta nella vita di un Paese, o del Mondo, o di un intero secolo. Si pensa che sarà così anche questa volta e i nostri giovani, intelligenti e consapevoli di ciò, lo sanno. Una crisi finanziaria può certamente avere effetti su un ampio ventaglio di attitudini e può creare una mentalità volta alla prudenza, che evita qualunque rischio, o alla difesa strenua del proprio benessere, come fa ancora la Germania, memore della sua Recessione avvenuta negli anni 1922 e 1923.
Sono esempi di crisi finanziarie certamente dolorose per alcune nazioni, che generarono il reagente di una memoria lunga, ma diedero la consapevolezza di come una crisi dolorosa possa diventare la porta verso un equilibrio migliore. E oggi le nuove generazioni sono pronte a scegliere: trascinati di crisi in crisi, spaventati, essi avranno paura del futuro o diverranno più intraprendenti. I loro padri non possono più fare nulla per loro, essi non hanno lasciato l’eredità del posto fisso, hanno creduto, “figli dei fiori”, di poter cambiare il mondo e non si sono piegati al clientelismo di tale classe dirigente che tanto imperava a cui dover chiedere favori per i loro figli. Oppure sono i loro figli che non accettano più corrotti e corruttori? Ebbene, i nostri giovani saranno non divisi e rissosi, ma svilupperanno muscoli d’acciaio e umiltà del sentire, saranno attenti al lavoro con una cultura all’americana del fallimento: innovare è dura e se non va, hai fatto solamente esperienza per la prossima, devi solo credere in quello che vuoi realizzare. Essi stanno maturando una cultura diversa, quella del coraggio di buttarsi: avere un’idea e creare così un posto di lavoro, il loro. Pensano che non sia più obbligatorio andare all’Università per poi cercare di entrare nelle grandi Aziende, ma qualcosa di importante saranno loro stessi a crearlo, il loro motto è: non c’è un posto di lavoro? Il mio me lo creo da solo. Sono i giovani dello startup, i figli del web, del boom tecnologico che, solo, offre loro un’unica certezza in un momento di grande instabilità come quello di oggi, permettendo di abbassare le barriere all’ingresso, e con un computer ti puoi specializzare e costruire da te il tuo lavoro. Adesso anche le Aziende tradizionali si stanno dotando di spazi digitali,tutti nuovi imprenditori, i nostri giovani? Si, ma rigorosamente digitali.

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19 Marzo, e chi il papà non l’ha mai avuto?

Fra tutte le discriminazioni che ci vengono dalla società, la più insopportabile è quella di non avere padre. Sei additato crudelmente, e con cattiveria ti viene ricordato: non hai un padre. Sei riconosciuto come: chi, quello che non ha padre? Chi ti spianerà la strada, chi cercherà, fra tutti i suoi vicini o lontani conoscenti, la persona che ti possa trovare la giusta raccomandazione per i tuoi studi prima, per trovarti un lavoro dopo, insomma colui sempre pronto, anche qualche volta burberamente, a risolverti ogni problema, insomma, tuo padre, se ce l’hai! E, se non ce l’hai? Non avrai tutto questo, la vita ti ha beffato, ti ha tolto un sostegno, e non solo l’altra parte di affetto che deve provenire da una famiglia normale, con tutti i benefici di avere due genitori, ma anche un quadretto monco della tua famiglia, se guardi una foto ci fai caso già da piccolo, il vuoto è evidente, c’è solo la tua mamma, e lui dov’è? Lo piangi, se ti dicono che è andato in cielo, gli porti dei fiori e preghi per lui. Ma se la beffa è stata grande, se il giovane padre ha preso in mano la sua vita ed è fuggito dalle sue responsabilità, lasciando te di soli tre anni con fratellini e mamma per un viaggio da cui non fa più ritorno? Cosa c’è da festeggiare per un padre così? Meno male che un’esperienza simile ti fa capire tutti i vuoti, ti rende vulnerabile alle assenze di qualsiasi tipo, e se ti trovi una scolaresca davanti, ci pensi due volte, anzi guardi i dati anagrafici, prima di festeggiare la tale festa, che sia del papà o della mamma: ce l’avete tutti? Ed anche i nonni, per il loro giorno, ce l’avete tutti e due? Altrimenti, nel dubbio, è meglio disobbedire alle regole che la società si inventa per i più fortunati, e per gli altri, quelli discriminati da condizioni diverse, il 19 Marzo festeggiamo solo S. Giuseppe, andremo certamente sul sicuro.

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QUANDO E’ BUONA E GIUSTA LA PROMOZIONE UMANA

C’è un sentimento che raramente si accetta e lo si coltiva in noi, esso è da spiriti superiori e chi lo coltiva ha già in sé il seme di alti valori, è egli stesso uno spirito superiore. Questo sentimento che ci eleva dalla dimensione terrena è il senso di gratitudine, quella riconoscenza che ci migliora il cuore e la mente e ci porta alla umiltà del sentire, alla capacità di riconoscere che c’è chi agisce coerentemente al dettato evangelico facendo della “promozione umana” un obiettivo imprescindibile della propria esistenza. Così si promuove chi si incontra sul proprio cammino guardando al di là dei suoi limiti. Un’amicizia è vista da angolazioni sempre positive, un insuccesso è accettato come fonte di esperienza, piccoli e grandi nei di chi attraversa la nostra vita sono visti come occasioni di crescita spirituale. Ma tutto questo processo di superiore sentire è sempre riconosciuto da chi promuovi? Ha costui la capacità di comprendere quanto alto è il mandato che ci si è imposto, o non piuttosto ride della nostra dabbenaggine e riconosce solo a se stesso il potere di meritare questo trattamento che solo tu vedi come “promozione umana”? C’è in lui la capacità di intelligere che gli consenta di arrivare al pensiero che stai perseguendo, o gli è più consono coltivare l’accattivante idea di meritare quanto viene fatto nei suoi riguardi senza, per questo, ricorrere a quel tanto decantato senso di gratitudine, senza imparare, una volta nella vita, che un “grazie” è spesso necessario e sta a dimostrare che, finalmente, qualcosa l’ha pur egli capita? Bel sentimento la riconoscenza, ma spesso anche brutta bestia da combattere, se ti obbliga a guardare con benevolenza, spesso capace di generare sentimenti avversi. Ed ecco avere spesso contro proprio la persona che hai promosso, l’hai visto come un tuo simile, ma non simile nei sentimenti. I suoi sentimenti diventano ostili, e ti accorgi che ciò che hai fatto è stato inutile. Ma, d’altronde, cosa pretendevi, rustica progenie, semper villana fuit. Bene, allora facciamo sì promozione umana, ma individuando nella persona che vogliamo aiutare almeno un substrato di umiltà, di capacità di sincera riconoscenza, che inevitabilmente porteranno ad un sentire comune e ad una gratitudine che davvero lo eleveranno.

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