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Archivio Maggio 2015

I FIGLI DELLA CRISI

28 Maggio 2015 23 commenti

E’ stato detto che i giovani di oggi sono dei “bamboccioni” o degli “sfigati” se stanno in casa fino a tardi, o se non si laureano prima dei 28 anni. E’ stato detto che per loro si prospetta un futuro incerto, da precari sempre e, come tali, non avranno i mezzi sufficienti per mettere su casa, per formarsi una famiglia, e che la fuga di cervelli tocca già loro quando li vediamo andare all’estero dopo aver passato anni, anche quelli oltre i 28, a perfezionare il loro bagaglio di abilità di cui, tuttavia, hanno già fatto il pienone.
O, più semplicemente “fuggono” dalla loro terra, che offre loro il nulla in fatto di lavoro, fosse anche precario o traballante ma che mai disprezzerebbero, per riuscire a realizzare il loro sogno di indipendenza: vogliamo chiamare anche questi bamboccioni? Sicuramente sfigati per non aver avuto il solito politico alle spalle, ma è questa la sfiga? Avere certamente avuto l’esigenza morale di difendere la propria dignità, di restare liberi, e di non dover dire grazie ad uno “sfigato” figlio di papà, che da solo non avrebbe mai saputo fare nulla? Fuga di cervelli, o precari a vita, bamboccioni o sfigati, sono queste le prospettive che oggi hanno i nostri giovani, che ammettono di essere cresciuti pensando che il boom economico che hanno creato i loro genitori negli anni sessanta fosse ancora in azione e potessero anche loro coglierne i frutti, magari con la possibilità di un posto di lavoro stabile.
Sono i figli della crisi o della bancarotta, ma certamente , come è stato detto da qualcuno, gli eventi vissuti in questi ultimi mesi cambieranno la psicologia degli italiani, e loro, i più giovani, si accorgono già di essere a un bivio. Essi sono chiamati a cambiare il loro modo di essere, a costruire una mentalità nuova, così come insegna la storia: quando l’economia crolla, la società si rigenera , e può farlo anche in meglio. Così avvenne negli Usa del ’29, nell’America della Grande Depressione, o in Gran Bretagna con il Winter of Discontent “inverno del malcontento”, oppure durante la caduta finanziaria dell’Asia a fine anni ’90, o in Argentina di dieci anni fa: punti di svolta nella vita di un Paese, o del Mondo, o di un intero secolo. Si pensa che sarà così anche questa volta e i nostri giovani, intelligenti e consapevoli di ciò, lo sanno.
Una crisi finanziaria può certamente avere effetti su un ampio ventaglio di attitudini e può creare una mentalità volta alla prudenza, che evita qualunque rischio, o alla difesa strenua del proprio benessere, come fa ancora la Germania, memore della sua Recessione avvenuta negli anni 1922 e 1923.
Sono esempi di crisi finanziarie certamente dolorose per alcune nazioni, che generarono il reagente di una memoria lunga, ma diedero la consapevolezza di come una crisi dolorosa possa diventare la porta verso un equilibrio migliore. E oggi le nuove generazioni sono pronte a scegliere: trascinati di crisi in crisi, spaventati, essi avranno paura del futuro o diverranno più intraprendenti. I loro padri non possono più fare nulla per loro, essi non hanno lasciato l’eredità del posto fisso, hanno creduto, “figli dei fiori”, di poter cambiare il mondo e non si sono piegati al clientelismo di tale classe dirigente che tanto imperava a cui dover chiedere favori
per i loro figli. Oppure sono i loro figli che non accettano più corrotti e corruttori?
Ebbene, i nostri giovani saranno non divisi e rissosi, ma svilupperanno muscoli d’acciaio e umiltà del sentire, saranno attenti al lavoro con una cultura all’americana del fallimento: innovare è dura e se non va, hai fatto solamente esperienza per la prossima, devi solo credere in quello che vuoi realizzare. Essi stanno maturando una cultura diversa, quella del coraggio di buttarsi: avere un’idea e creare così un posto di lavoro, il loro. Pensano che non sia più obbligatorio andare all’Università per poi cercare di entrare nelle grandi Aziende, ma qualcosa di importante saranno loro stessi a crearlo, il loro motto è: non c’è un posto di lavoro? Il mio me lo creo da solo. Sono i giovani dello startup, i figli del web, del boom tecnologico che, solo, offre loro un’unica certezza in un momento di grande instabilità come quello di oggi, permettendo di abbassare le barriere all’ingresso, e con un computer ti puoi specializzare e costruire da te il tuo lavoro. Tutti nuovi imprenditori, i nostri giovani? Si, ma rigorosamente digitali.

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Quando è buona e giusta la promozione umana

25 Maggio 2015 16 commenti

C’è un sentimento che raramente si accetta e lo si coltiva in noi, esso è da spiriti superiori e chi lo coltiva ha già in sé il seme di alti valori, è egli stesso uno spirito superiore. Questo sentimento che ci eleva dalla dimensione terrena è il senso di gratitudine, quella riconoscenza che ci migliora il cuore e la mente e ci porta alla umiltà del sentire, alla capacità di riconoscere che c’è chi agisce coerentemente al dettato evangelico facendo della “promozione umana” un obiettivo imprescindibile della propria esistenza. Così si promuove chi si incontra sul proprio cammino guardando al di là dei suoi limiti. Un’amicizia è vista da angolazioni sempre positive, un insuccesso è accettato come fonte di esperienza, piccoli e grandi nei di chi attraversa la nostra vita sono visti come occasioni di crescita spirituale. Ma tutto questo processo di superiore sentire è sempre riconosciuto da chi promuovi? Ha costui la capacità di comprendere quanto alto è il mandato che ci si è imposto, o non piuttosto ride della nostra dabbenaggine e riconosce solo a se stesso il potere di meritare questo trattamento che solo tu vedi come “promozione umana”? C’è in lui la capacità di intelligere che gli consenta di arrivare al pensiero che stai perseguendo, o gli è più consono coltivare l’accattivante idea di meritare quanto viene fatto nei suoi riguardi senza, per questo, ricorrere a quel tanto decantato senso di gratitudine, senza imparare, una volta nella vita, che un “grazie” è spesso necessario e sta a dimostrare che, finalmente, qualcosa l’ha pur egli capita? Bel sentimento la riconoscenza, ma spesso anche brutta bestia da combattere, se ti obbliga a guardare con benevolenza, spesso capace di generare sentimenti avversi. Ed ecco avere spesso contro proprio la persona che hai promosso, l’hai visto come un tuo simile, ma non simile nei sentimenti. I suoi sentimenti diventano ostili, e ti accorgi che ciò che hai fatto è stato inutile. Ma, d’altronde, cosa pretendevi, rustica progenie, semper villana fuit. Bene, allora facciamo sì promozione umana, ma individuando nella persona che vogliamo aiutare almeno un substrato di umiltà, di capacità di sincera riconoscenza, che inevitabilmente porteranno ad un sentire comune e ad una gratitudine che davvero lo eleveranno.

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Il rapporto fra le generazioni e la figura del padre

20 Maggio 2015 31 commenti

Una profonda crisi generazionale investe oggi la società, dovuta, stando al parere di molti esperti che studiano il fenomeno, ad una mancata alleanza fra le generazioni, che è la causa di quel disagio della civiltà che sta alla base dei drammi umani, tristemente divulgati da una quotidiana cronaca nera, e che coinvolgono adulti e ragazzi, in un vortice angosciante e drammatico. La questione del rapporto positivo tra le generazioni è fondamentale e sta alla base della civiltà, di tutte le civiltà. E rapporto positivo vuol dire, necessariamente, che ci sia una comunicazione, che si possa e si debba comunicare con adulti presenti, pronti a dialogare ed ascoltare, costruttori di un’alleanza dove essi accettano il nuovo e il moderno, ma non rifiutano il loro compito principale, che è quello di trasmissione di valori morali, degli “attrezzi” per vivere. In altre parole urge che la generazione adulta ritorni ad una responsabilità che, in questi ultimi decenni, è mancata. Molti genitori sono stati assenti nei loro compiti educativi, favorendo una ricerca di paternità che spesso è stata latitante, come punto di riferimento su cui poggiare il loro domani. In un recente passato c’era il bisogno da parte dei giovani di liberarsi di una eccessiva presenza del padre, oggi c’è questa domanda, sicuramente inedita, di padre. Il succedersi delle generazioni non è come un lungo fiume tranquillo, ma può apportare anche tempeste e tumulti, la famosa crisi vista come esposizione al pericolo, ma che spesso annuncia la possibilità del nuovo. Un “nuovo” che riveda il rapporto tra genitori e figli, per sanare quel disagio che colpisce i nostri giovani, i più giovani, ed è dura pensare che ciò sia dovuto ad un vuoto ingiusto e non facilmente colmabile, all’assenza della figura del padre.

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Renzi all’Arena di Giletti

18 Maggio 2015 75 commenti

All’ “Arena” di Giletti un Renzi che fa ammenda e chiede più comprensione verso chi sta cercando di recuperare pezzi di un’Italia che andava allo sbaraglio, pur commettendo qualche errore. Molti buoni propositi per soddisfare le aspettative degli insegnanti, ma certo che la scuola tornerà ad essere comunità educante, solo se riacquisterà l’autorevolezza e il pieno rispetto che si devono ai docenti a partire dal rapporto con i genitori.
E anche questa non è una novità……ne avevamo parlato.
“La collaborazione tra scuola e famiglia: è ancora un principio pedagogico?”
Era stato per lungo tempo un caposaldo di tutta l’opera della scuola, che riteneva conditio sine qua non, per realizzare il suo obiettivo di una armonica formazione dei nostri giovani, la piena collaborazione tra insegnanti e genitori, riconoscendo la validità, nel processo educativo, di tale rapporto.
E tale rapporto, perché funzionasse bene, era necessario che fosse basato sulla totale fiducia data dalle famiglie alla scuola, a quei docenti ai quali si affidavano i propri figli , dai genitori che si fidavano della preparazione culturale e dell’esperienza di chi faceva del proprio lavoro un’opera volta alla costruzione delle giovani personalità ad essi affidate.
Ma oggi, è ancora così? E’ ancora riconosciuta l’importanza di tale collaborazione? I genitori guardano ancora ai docenti come a dei loro collaboratori nella loro difficile azione educativa, e alla scuola come unica agenzia che bene si affianca ad essi?
A quanto pare, oggi le cose sono completamente diverse, i genitori guardano alla scuola con quel consumismo che accompagna ormai ogni loro pensiero, una scuola anch’essa usa e getta, da usare quando serve, ossia per dare un po’ di cultura ai loro piccoli, dei quali loro non si possono occupare, e dove poterli parcheggiare dal mattino al pomeriggio inoltrato, dati in consegna ad un personale che, spesso, non si conosce bene, causa il continuo avvicendamento e la pluralità di un corpo docente che non si fa in tempo a conoscere.
E, verrebbe da dire qui, si stava meglio quando si stava peggio, ma era proprio peggio il maestro unico, di lontana memoria? Ma, agevola tutto ciò la fiducia che si riponeva una volta negli insegnanti che si dovevano occupare dei figli, favorisce la ricerca di quella collaborazione tra scuola e famiglia che la vecchia pedagogia auspicava, perché insieme si arrivasse a fare presa nel pensiero dei giovani alla scuola affidati?
Oggi i genitori sono più propensi a vibranti proteste, nessuno vuole ricevere cattive notizie sui figli, e addirittura si moltiplicano i casi di minacce o aggressioni verso i poveri professori da parte di madri inferocite e padri furibondi.
E quando la pagella è uno schifo, il preside convoca la famiglia, allora bisogna necessariamente prendere atto che il proprio figliolo, al quale non manca nulla, tablet, telefonino, vestiti firmati e belle macchine ai più grandicelli, è una frana, non ha fatto nulla per un intero quadrimestre.

Ma si va alla ricerca, anche, di chi è la colpa, e di chi può essere se non del tale insegnante, vecchio e saccente che non sopporta il proprio figlio, che va piegato a più miti consigli, e che la scuola è il regno dell’ingiustizia?

Così, calpestando il principio di piena fiducia che deve accompagnare l’affido alla scuola dei propri figli da parte dei genitori, mentre loro, i genitori avanzano sempre più aggressivi e i professori retrocedono sempre più intimoriti, si verifica un’azione di ribaltamento in quel rapporto nato con la sola finalità di essere educativo: da collaborazione tra genitori e insegnanti diventa una tenaglia prof.padri alla quale il furbo figlioletto impara a sottrarsi.
E’ questa la nuova scuola che formerà gli uomini di domani? E che uomini avremo, allora, domani?

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Rimandare è un’arte?

12 Maggio 2015 148 commenti

Rimandare è un’arte? Sembra proprio di sì, come sostiene il filosofo Jonn Perry
Nel suo saggio “The Art of Procrastination” il filosofo Jonn Perry esalta l’arte del procrastinare, ossia rinviare qualsiasi impegno in attesa di essere più sicuri.
Sostiene Perry che rimandare è meglio che sbagliare, anzi essa è addirittura un’arte, se debitamente strutturata: si può essere produttivi anche rimandando, a patto di farlo in modo “strutturato”, ossia facendo altro e vincendo così l’ansia della furia efficientista.
L’illustre professore fu un procrastinatore indefesso, rinviò infatti per 17 anni la pubblicazione del suo libro forte della sua teoria della “procrastinazione strutturata”, cioè il rimandare facendo altro.
Nel suo libro egli consiglia di stilare una lista degli impegni, dal più urgente al meno importante, e di concentrarsi sui secondi, in modo da non avere, e non dare, l’impressione angosciante di essere inattivi.
egli sostiene
Facendo, però, altro, dice la sua teoria del temporeggiatore, altro di meno impegnativo, di più rilassante, e di ritornare al problema trionfalmente e a cuor leggero.
Il trucco è distogliere lo sguardo dall’oggetto più ansiogeno e fissarlo su un altro. Si riesce ad essere anche più creativi, rinviando il problema che ci dà ansia.
Nel 1930 l’umorista statunitense Robert Benchley rivelò qual era l’idea che stava dietro alla sua grande produzione letteraria: . Ecco l’arte del procrastinare creativo!
Celebri temporeggiatori – procrastinatori furono Raymond Chandler, il padre dell’investigatore Philip Marlowe, che raccontò di stare seduto per quattro ore al giorno alla scrivania imponendosi di non fare niente, per meglio creare.
E la rassegna continua con i nostrani Elio Vittorini che, svogliato e pigro, come di lui disse Italo Calvino, trovava sempre mille scuse per rinviare il suo lavoro, essendo egli funzionario editoriale.
Altro maestro del rinvio fu Carlo Emilio Gadda che pubblicò su rivista parti del “Pasticciaccio” nel 1944, e solo nel 1957 Livio Garzanti gli dovette strappare dalle mani il romanzo, anche se era incompiuto, pur di vederlo uscire.
E noi? Quanti di noi si riconoscono nei temporeggiatori, mai attenti al detto : , forse per pigrizia, sicuramente per indolenza, ma che noi stessi non siamo mai pronti a perdonare, e ci lasciamo prendere da infiniti sensi di colpa?
Ed ecco adesso la strategia: una buona dose di autoinganno, un gioco da ragazzi che ci fa giocare con noi stessi attivando ciò che al momento ci viene meglio e più leggero, per arrivare al problema e alla sua soluzione con animo sereno.
Se ciò è stato approfondito, nonché studiato, da un filosofo, vuol dire che siamo sulla giusta strada, oltre che in buona e illustre compagnia.

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AUGURI, MAMMA!

AUGURI, MAMMA! Auguri anche alle mamme che non ci sono più!

C’è un’immagine che teniamo riposta in un angolo
del nostro cuore, ed è il viso indimenticato della
Mamma, della nostra Mamma, alla quale sentiamo
di dover dire nel giorno della Festa della Mamma
“Auguri, Mamma”.
Auguri a Te e a tutte le Mamme alle quali non possiamo Più portare un dono, né un fiore.
E glielo diciamo sempre nel silenzio del nostro cuore, anche
se festeggiano il nostro essere mamma i nostri figli quando,
nell’allegria degli auguri e dei doni, il pensiero va a lei, a Lei
che non c’è più, che non può più godere di questo momento.
E allora ricordiamo le tante volte che glielo abbiamo detto con
un fiore, un regalino, e Lei così contenta mostrava tutta la sua
gioia per quella festa inaspettata, nuova e diventata ormai ufficiale, perché lei diceva: “prima non c’era”. E allora ricordava….., anche lei ricordava la sua mamma, e noi tu
col pensiero a ritroso, a pensare ad una nonna di cui, però, nessuno aveva ricordi se non lei, e noi solo il rimpianto di non averla conosciuta.
Il ricordo della Mamma che non c’è più rimane vivo nel cuore dei figli, abita nel loro stesso cuore, e quella festa era anche per Lei, sentivo io che a goderne era anche lei vicina a me e, indietro nel tempo degli affetti, anche quella nonna che non ho conosciuto.
Ancora AUGURI, MAMMA!

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I giovani di oggi, dalla crisi nuove e intelligenti risorse?

E’’ stato detto che i giovani di oggi sono dei “bamboccioni” o degli “sfigati” se stanno in casa fino a tardi, o se non si laureano prima dei 28 anni. E’ stato detto che per loro si prospetta un futuro incerto, da precari sempre e, come tali, non avranno i mezzi sufficienti per mettere su casa, per formarsi una famiglia, e che la fuga di cervelli tocca già loro quando li vediamo andare all’estero dopo aver passato anni, anche quelli oltre i 28, a perfezionare il loro bagaglio di abilità di cui, tuttavia, hanno già fatto il pienone.
O, più semplicemente “fuggono” dalla loro terra, che offre loro il nulla in fatto di lavoro, fosse anche precario o traballante ma che mai disprezzerebbero, per riuscire a realizzare il loro sogno di indipendenza: vogliamo chiamare anche questi bamboccioni? Sicuramente sfigati per non aver avuto il solito politico alle spalle, ma è questa la sfiga? Avere certamente avuto l’esigenza morale di difendere la propria dignità, di restare liberi, e di non dover dire grazie ad uno “sfigato” figlio di papà, che da solo non avrebbe mai saputo fare nulla? Fuga di cervelli, o precari a vita, bamboccioni o sfigati, sono queste le prospettive che oggi hanno i nostri giovani, che ammettono di essere cresciuti pensando che il boom economico che hanno creato i loro genitori negli anni sessanta fosse ancora in azione e potessero anche loro coglierne i frutti, magari con la possibilità di un posto di lavoro stabile.
Sono i figli della crisi o della bancarotta, ma certamente , come è stato detto da qualcuno, gli eventi vissuti in questi ultimi mesi cambieranno la psicologia degli italiani, e loro, i più giovani, si accorgono già di essere a un bivio. Essi sono chiamati a cambiare il loro modo di essere, a costruire una mentalità nuova, così come insegna la storia: quando l’economia crolla, la società si rigenera , e può farlo anche in meglio. Così avvenne negli Usa del ’29, nell’America della Grande Depressione, o in Gran Bretagna con il Winter of Discontent “inverno del malcontento”, oppure durante la caduta finanziaria dell’Asia a fine anni ’90, o in Argentina di dieci anni fa: punti di svolta nella vita di un Paese, o del Mondo, o di un intero secolo. Si pensa che sarà così anche questa volta e i nostri giovani, intelligenti e consapevoli di ciò, lo sanno.
Una crisi finanziaria può certamente avere effetti su un ampio ventaglio di attitudini e può creare una mentalità volta alla prudenza, che evita qualunque rischio, o alla difesa strenua del proprio benessere, come fa ancora la Germania, memore della sua Recessione avvenuta negli anni 1922 e 1923.
Sono esempi di crisi finanziarie certamente dolorose per alcune nazioni, che generarono il reagente di una memoria lunga, ma diedero la consapevolezza di come una crisi dolorosa possa diventare la porta verso un equilibrio migliore. E oggi le nuove generazioni sono pronte a scegliere: trascinati di crisi in crisi, spaventati, essi avranno paura del futuro o diverranno più intraprendenti. I loro padri non possono più fare nulla per loro, essi non hanno lasciato l’eredità del posto fisso, hanno creduto, “figli dei fiori”, di poter cambiare il mondo e non si sono piegati al clientelismo di tale classe dirigente che tanto imperava a cui dover chiedere favori
per i loro figli. Oppure sono i loro figli che non accettano più corrotti e corruttori?
Ebbene, i nostri giovani saranno non divisi e rissosi, ma svilupperanno muscoli d’acciaio e umiltà del sentire, saranno attenti al lavoro con una cultura all’americana del fallimento: innovare è dura e se non va, hai fatto solamente esperienza per la prossima, devi solo credere in quello che vuoi realizzare. Essi stanno maturando una cultura diversa, quella del coraggio di buttarsi: avere un’idea e creare così un posto di lavoro, il loro. Pensano che non sia più obbligatorio andare all’Università per poi cercare di entrare nelle grandi Aziende, ma qualcosa di importante saranno loro stessi a crearlo, il loro motto è: non c’è un posto di lavoro? Il mio me lo creo da solo. Sono i giovani dello startup, i figli del web, del boom tecnologico che, solo, offre loro un’unica certezza in un momento di grande instabilità come quello di oggi, permettendo di abbassare le barriere all’ingresso, e con un computer ti puoi specializzare e costruire da te il tuo lavoro. Tutti nuovi imprenditori, i nostri giovani? Si, ma rigorosamente digitali.

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E se fosse “per sempre”, come camperebbe la signora avvocata?

In una quotidianità mediatica, dove ogni canale televisivo presenta il suo bel programma di cucina, bene si inserirebbero delle lezioni di diritto affettivo, di regole quotidiane sulle varie fasi dei legami familiari.
E’ quanto ha pensato l’avvocato matrimonialista-divorzista Annamaria Bernardini de Pace accingendosi a scrivere il libro “Dall’amore all’amore”, che lei stessa definisce un vademecum di regole supportate dagli articoli del codice civile sui rapporti della coppia dal suo sorgere alla sua eventuale fine, attraversando fidanzamento, convivenza, matrimonio, figli, separazione e divorzio. Il tutto trattato in modo colloquiale.
Sfuggitomi il libro-promozione allegato al Corriere della sera del mese di Ottobre, ho cercato notizie su Google e mi ha colpito la definizione che la sig.ra Avvocato dà della sua professione: non già Avvocato divorzista, bensì Avvocato della famiglia, una persona a cui rivolgersi al bisogno quando, però, si è ormai verificato l’irreparabile, e tentare inizialmente di ricomporre il tutto per finire, inesorabilmente, ad una causa di separazione.
Nel libro la signora racconta la percentuale di matrimoni andati in fumo, esamina ciascuna Regione del nostro Paese per rilevare dove ci si separa di più, e trovare il dato angoscioso di oltre 25 mila casi di separazione dove ha visto gente soffrire e piangere, dibattersi tra dolore e rancore prima di arrivare alla richiesta del suo patrocinio, per essere da lei seguita nel doloroso iter per dirsi addio.
E, sempre, lei arbitra di quelle separazioni, non consigliera attenta a che l’unione si salvi, ma giudice col codice in mano, che espone giudizi e sentenze che segnano e seguono il corso della vita, l’evoluzione dei costumi, che annulla pregiudizi ed enuncia diritti e doveri di nuove figure genitoriali.
Nuovi genitori che si alterneranno a fianco dei loro figli, e nuove figure di figli trattati come cose, un po’ quà e un po’ là, e quel freddo codice che, con le sue impersonali norme, annullerà anche qualunque forma di sentimento tenero che ancora possa albergare nel cuore di genitori solo di nome.
Il libro della de Pace mette in piena luce anche una nuova mentalità che favorisce una maggiore consapevolezza alla parte più debole della coppia di quali siano i suoi diritti, e la presa di coscienza di sessantenni della possibilità di una vita più lunga e, quindi, aspettative migliori per se stessi.
Di conseguenza, ovvie separazioni anche a questa rispettabile età!
Mi chiedo allora: l’avvocato, nonché signora Bernardini de Pace, ci ha campato su queste sofferenze, le hanno dato lavoro e ci ha vissuto non certo da psicologa, ma sicuramente questi nostri tempi moderni, con il divorzio a portata di mano, l’hanno molto aiutata nella realizzazione di una professione che vive sullo sfacelo di una coppia, tanto da essere la numero uno nel suo campo, quello dei divorzi. E, per carità, tutto all’insegna della legalità!
Quando al mattino, tutti ci rechiamo al posto di lavoro, lei va nel suo studio ad attendere coppie, giovani e non, che si presenteranno alla sua porta cariche di rancori ed odio, pronte ad una separazione e poi ad un divorzio.
E’ lì che inizia la sua giornata lavorativa, è così che prende forma la sua attività e lei dà un senso alla sua figura professionale: quando i due si sarannoseparati, la sua attività avrà raggiunto gli obiettivi prefissati, come in una qualsiasi programmazione aziendale che si sia posto dei traguardi.
Il suo è quello di coadiutore di divorzi, con tutto il dispiacere che ciò le arreca!

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Oggi, a Milano, parte EXPO, la grande Esposizione mondiale

Parte il 1° Maggio EXPO 2015 !!!
Qual è il Paese pronto ad accogliere questa grande Esposizione mondiale per la quale si prepara da circa sette anni, da quando politici ferrati in economia hanno pensato di dare nuovo vigore alla nostra Italia, non lasciandosi sfuggire questa grande possibilità di rilancio economico, afferrando al volo questo treno che molti ci contendevano? Cosa presenterà l’Italia alle altre Nazioni che parteciperanno alla grande Esposizione mondiale, oltre i suoi tesori alimentari?
Cosa farà bella e presentabile l’Italia di oggi a tutti coloro che verranno a visitare la grande Festa, oltre ciò che è l’unico fattore per cui merita l’ammirazione di tutti gli altri popoli, e che consiste nell’orgoglio che le deriva di essere la porta dell’Europa a cui bussano i nostri fratelli che vengono dall’Africa e a cui essa è chiamata a dare sempre una risposta? Dimenticherà, in questi momenti di grande euforia, tutti i problemi interni che l’attanagliano, con personaggi simili a quelli attuali che formano il nostro Parlamento e così fortemente impegnati a mantenere il nostro Paese agli ultimi posti nelle varie voci di occupazione giovanile, di aiuto per i più deboli, di liti in quel Parlamento fra chi ci dovrebbe governare, con un Meridione sempre più bistrattato dove tutto sta crollando, e dove giovani che hanno studiato con accanimento sono costretti ad emigrare per completare le loro ricerche, trovarsi un lavoro e sentirsi realizzati senza dover dire grazie al politico di turno?
E, se non è l’Italia presente quella che ci entusiasma, o meglio, gli italiani che oggi ci rappresentano e che stanno favorendo il declino totale della nostra cultura, se non è questa l’Italia che ci inorgoglirà di fronte agli altri Stati che qui verranno per questa EXPO grandiosa, avremo sempre la nostra Storia di civiltà e culture antiche che hanno contribuito a fare della nostra Italia, l’Italia della GRANDE BELLEZZA che tutti ci invidiano e che ha sempre conquistato il mondo intero.
Una bellezza geografica, di stile e architettura, di moda e cultura che altrove non trovi, e che da noi è raccontata in ogni città, in ciascuno dei suoi siti ancor più decentrati.
E’, essa, una Bellezza che arriva da molto lontano, da secoli di Storia che sono serviti a consegnarci un’Italia che ha creato e distribuito ricchezze, in mille anni della sua storia di Rinascimento ha inventato modelli economici da esportare, ha saputo cambiare rotta quando necessario se, trovandosi in difficoltà, è sempre riuscita ad agganciare la ripresa.
Siamo certi che basterà il ricordo del suo passato splendore per riscattare l’Italia di oggi, già le è stato concesso il privilegio di essere scelta per questo evento mondiale che, si prevede, attirerà visitatori da ogni parte del pianeta, e la nostra Milano sarà, dall’ 1 Maggio al 31 Ottobre, la città più vissuta e più al centro dell’attenzione di tutto il mondo, dove esporranno tutte le Regioni d’Italia, ciascuna con attrattive e peculiarità territoriali proprie.
Siamo certi, ancora, che questo evento che sta per avere avvio, EXPO 2015, sarà per Milano e l’Italia tutta un sistema nuovo per cambiare rotta, un nuovo traino per agganciare la ripresa, un moderno Rinascimento.

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