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Archivio Giugno 2015

“Accadde oggi”, 28 Giugno 1867, nasceva Luigi Pirandello

28 Giugno 2015 45 commenti

Anche il mio “Accadde Oggi” è dedicato ai natali del nostro Scrittore e vicino di casa illustre, Luigi Pirandello, presentato, con la parodia del suo libro La favola del figlio cambiato, da Andrea Camilleri, che per lui scrisse: La biografia del figlio cambiato. Un pò diverso dall’art. apparso su Repubblica, ma una cosa molto nostrana, come nostrani sono i due scrittori siciliani.
Ricordando Pirandello nel giorno della sua nascita, 28 Giugno 1867 con una recensione di un suo libro, fatta da una personalità di grande spessore culturale.
La “Biografia del figlio cambiato”ci svela l’origine della perenne infelicità pirandelliana.
Il romanzo di Andrea Camilleri che io amo più di tutti, che ho letto e riletto, è” La biografia del figlio cambiato”.
Non il Camilleri poliziesco del commissario Montalbano, non l’autore della trilogia delle metamorfosi, quale egli è nel “Casellante”, o in” Maruzza Musumeci” o nel “Sonaglio”, ma piuttosto lo scrittore del Grande della sua terra, quel Pirandello che, come lui, ebbe i natali nella sua Agrigento, che, come lui, vide lo stesso mare africano, lo stesso porto caricatoio e, come lui, arrecò gloria a quel lembo di terra che quasi tocca l’altro continente che gli sta di fronte, l’Africa. Nella “Biografia del figlio cambiato” il Camilleri fa la parodia del romanzo di Pirandello “La favola del figlio cambiato” dove l’autore racconta che alla protagonista veniva cambiato il figlio nella culla dalla levatrice,come succedeva spesso in quella terra e ai tempi del Pirandello.
Il Camilleri immagina, allora, un dialogo fra lui e il Pirandello, che a lui racconta di essere sempre stato convinto che anche lui è stato cambiato nella culla e si chiede quale sarebbe stata la sua vita se non fosse stato cambiato, e allevato da una famiglia che non era la sua, del cui padre egli non si riconosceva “figlio”, perché completamente diverso da lui nel modo di vivere e di concepire la vita.
Da qui la sua perenne infelicità per non sentirsi “figlio”del padre Stefano di cui non accettava nulla, né l’arroganza del padre padrone, né i tradimenti alla sua donna con serve e cugine. Ma non solo scambiato nella culla, ma anche nato in un “non luogo”come il Caos, che fa crescere quel senso di “diversità”che rende il Pirandello estraneo anche nella sua terra d’origine. E allora, dove è nato egli?
Egli stesso, dice il Camilleri, parla del Caos, contrada dove è nato, come di un “non luogo”,il Caos come “cavusu” che in dialetto siciliano vuol dire “pantalone”,ossia un abbigliamento con due gambe, che come il Caos, era terra che si divideva in due diramazioni,quindi le due gambe, una per Girgenti ed una per Porto Empedocle, paese dove abitavano i Pirandello e da dove , per un’epidemia di colera, il padre mandò la moglie a partorire nella loro casa di campagna, in quella contrada lì , il cui nome dialettale non piacque allo zelo linguistico di un funzionario dell’anagrafe, che lo cambiò nel più italiano Caos.
Pirandello, sempre come gli fa dire il Camilleri, non si riconosce come figlio, perché cambiato alla nascita, non si riconosce nel luogo di nascita, dove è nato per caso, si sente estraneo nella terra sua d’origine ma, grazie a quel luogo di nascita che fu cambiato nel nome, egli non si riconosce neanche nell’ordine del mondo, egli appartiene al caos incomprensibile:”Io son figlio del Caos, egli dice, e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in una campagna che trovasi in un intricato bosco denominato, in forma dialettale,”Cavusu “dagli abitanti di Girgenti”; io appartengo al caos incomprensibile”.
Ma, ciò che colpisce più di ogni altra cosa, in questa storia romanzata del Camilleri su Pirandello ,è come lui immagina il rapporto che l’autore agrigentino ebbe con la moglie Antonietta che si evince dai suoi scritti quando era da lei lontano. Fu un rapporto di grande gelosia da parte della moglie, gelosia che, si dice nel libro, contribuì ad aggravare la malattia psichica della donna , al punto tale che fu gelosa perfino dell’amore che il nostro autore ebbe per la figlia Lietta. Racconta il Camilleri del soggiorno del Pirandello con la famigliola a Roma, della nascita dei tre figli ma, contemporaneamente, anche di un Pirandello non conosciuto ai più, costretto a mentire per non scatenare la gelosia della moglie già in preda ai fantasmi della follia, vittima delle ire di lei, e sempre alla ricerca di sotterfugi per sfuggire alle sue crisi di gelosia e alle sue invettive. Fu a Roma che egli decise di internarla in un manicomio dove ella morì, ma egli disse della follia della moglie: “La pazzia di mia moglie sono io, io che per tutta la mia vita non ho saputo chi sono, io, il figlio cambiato”. Sostiene, allora, il Camilleri : se non fosse stato cambiato nella culla come egli stesso dice, il Pirandello sarebbe stato lo stesso? La sua vita così infelice? E’ questo il nucleo di tutta la produzione teatrale pirandelliana, il tema dell’identità impossibile, quella del figlio cambiato che dubita di se stesso, che non sa, non può distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è, dove l’unica realtà è come ognuno di noi appaia, e alla fine, quello che gli altri vedono in lui. La vita come caos, dove l’unica realtà è ciò che appare. Se è vero che il dramma della sua vita sia stato l’essere stato cambiato nella culla, ha avuto però di che essere soddisfatto, il grande figlio del Caos, quel Pirandello conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

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Le vacanze estive faranno riflettere insegnanti e genitori sul loro compito

26 Giugno 2015 92 commenti

Come si preparano maestri e genitori a questo importante e gravoso
compito, a questa impresa ardua e, nello stesso tempo, lodevole, da cui dipende
la formazione di una personalità armonica e completa , preludio dell’uomo di
domani? Può, questa azione particolarmente difficile, essere lasciata ai
tentativi ed errori che spesso caratterizzano la poca preparazione dei
genitori, chiamati ad essere, dall’oggi al domani, educatori, quindi psicologi,
pedagogisti, e contemporaneamente, autorevoli guide dei loro figli?

E la scuola, non l’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne , il
più delle volte al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui
frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo
dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento,
e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di
discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli
altri, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico
pensiero che ne fanno un’ entità astratta ?

Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è
finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma,
capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza
rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci
appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato
responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.

Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi
educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi
cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti
favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria
educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani , impara dai suoi
sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che
va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo. La
pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo
pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare
nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere
le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto
questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per
tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal
riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della
sua spontaneità e creatività nell’agire. In Europa, furono attivisti pedagogici
Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati
sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come
impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato
periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.

Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti,
perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi,
essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di
creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del
maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro
innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo. Erano, essi, certi che ci
sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un
vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie,
oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò
che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello
che dicono i personaggi televisivi. Le teorie pedagogiche di molti studiosi
hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e
culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone ,
privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove
potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi.

E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due
decenni, il permissivismo di certa educazione , che ha reso quasi assenti quei
genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel
tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso
psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una
intera generazione.

La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più
rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali
di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto,
richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma
assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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Quando è buona e giusta la promozione umana

19 Giugno 2015 560 commenti

C’è un sentimento che raramente si accetta e lo si coltiva in noi, esso è da spiriti superiori e chi lo coltiva ha già in sé il seme di alti valori, è egli stesso uno spirito superiore. Questo sentimento che ci eleva dalla dimensione terrena è il senso di gratitudine, quella riconoscenza che ci migliora il cuore e la mente e ci porta alla umiltà del sentire, alla capacità di riconoscere che c’è chi agisce coerentemente al dettato evangelico facendo della “promozione umana” un obiettivo imprescindibile della propria esistenza. Così si promuove chi si incontra sul proprio cammino guardando al di là dei suoi limiti. Un’amicizia è vista da angolazioni sempre positive, un insuccesso è accettato come fonte di esperienza, piccoli e grandi nei di chi attraversa la nostra vita sono visti come occasioni di crescita spirituale. Ma tutto questo processo di superiore sentire è sempre riconosciuto da chi promuovi? Ha costui la capacità di comprendere quanto alto è il mandato che ci si è imposto, o non piuttosto ride della nostra dabbenaggine e riconosce solo a se stesso il potere di meritare questo trattamento che solo tu vedi come “promozione umana”? C’è in lui la capacità di intelligere che gli consenta di arrivare al pensiero che stai perseguendo, o gli è più consono coltivare l’accattivante idea di meritare quanto viene fatto nei suoi riguardi senza, per questo, ricorrere a quel tanto decantato senso di gratitudine, senza imparare, una volta nella vita, che un “grazie” è spesso necessario e sta a dimostrare che, finalmente, qualcosa l’ha pur egli capita? Bel sentimento la riconoscenza, ma spesso anche brutta bestia da combattere, se ti obbliga a guardare con benevolenza, spesso capace di generare sentimenti avversi. Ed ecco avere spesso contro proprio la persona che hai promosso, l’hai visto come un tuo simile, ma non simile nei sentimenti. I suoi sentimenti diventano ostili, e ti accorgi che ciò che hai fatto è stato inutile. Ma, d’altronde, cosa pretendevi, rustica progenie, semper villana fuit. Bene, allora facciamo sì promozione umana, ma individuando nella persona che vogliamo aiutare almeno un substrato di umiltà, di capacità di sincera riconoscenza, che inevitabilmente porteranno ad un sentire comune e ad una gratitudine che davvero lo eleveranno.

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LE GRANDI IDEE CHE FANNO LE INNOVAZIONI

15 Giugno 2015 38 commenti

Lo scrittore Steven Jonsonn, nel suo libro “Dove nascono le grandi idee”, esorta il lettore di qualsiasi età a mettere in atto comportamenti che non soffochino la formazione di nuove idee, ma aiutino il nostro cervello a crearne sempre diverse. Ed ecco, allora, un suo decalogo di buone norme perchè ciò sia possibile ed avere, così, una mente sempre viva e prolifera di nuove idee.
Vivere in spazi ampi, campagna o città che sia, consente alle idee di “spaziare” e di entrare in contatto con altre idee perchè ci sia una scintilla “creativa”.
Anche avere più hobby consente al cervello di comparare e risolvere problemi e situazioni, grazie a connessioni che si creano in maniera inconscia.
Allo stesso modo, leggere contemporaneamente più libri rende più facile la nascita di nuove idee, cosa che riesce più facile, infatti, a chi tende ad avere una mente che divaga.
E, poi, i suoi consigli direttamente a chi vuole rendere concreti i suoi avvertimenti:
Fate una passeggiata, coltivate le intuizioni, scrivete tutto ma lasciatelo in disordine, scoprite per caso, fate errori, coltivate più hobby, frequentate le caffetterie, seguite i link, lasciate che altri elaborino le vostre idee, prestate, riciclate, reinventate. Costruite un ammasso di intrecci, siate tutto tranne che isolati e inattivi.
Qualcosa già la facciamo, specie noi donne, no? Intuire e agire con molta più celerità dei maschi, essere socievoli frequentando salotti di amiche, un gelato all’aria aperta sedute al nostro bar preferito, sbandieriamo e regaliamo le nostre idee solo per la tanto desiderata e, sovente, vana gloria, prendiamo appunti, annotiamo l’andamento casalingo e non dimentichiamo compleanni e anniversari. Prima al lavoro in casa e fuori, e poi col pensionamento, siamo brave ad inventarci migliaia di hobby, cucinare, rammendare e cucire, scrivere, leggere, e frequentare centri commerciali per quella nuova e ultima nostra capacità di shopping selvaggio. Pronte e disponibili per chi ha bisogno, siamo pronte a metterci in macchina e correre da figli e nipotini, perché oggi tutte noi sappiamo stare al volante e con prudenza riconosciuta. Inoltre. volentieri prestiamo e reinventiamo ciò che riteniamo ormai vissuto, per non parlare, poi, della bravura di noi donne nel riciclare, arte che richiede gran parte della nostra capacità creativa. Cosa ci manca a noi donne, dell’elenco stilato dal bravo Dott. Jonsonn? Oggi più nulla, visto che passiamo molto del nostro tempo libero anche al computer, ritroviamo vecchi e nuovi amici, inviamo sms ed email, scriviamo e leggiamo online, creiamo, cioè, la nostra rete di relazioni che farebbero inorridire le nostre “appena” mamme di qualche decennio fa. Lasciare in disordine? Siamo maestre in questo. E allora tranquillizziamo il nostro Steven Jonsonn, le sue teorie sono già superate se, solo, riesce a dare uno sguardo mirato all’universo femminile, dove troverà dimostrazione scientifica di esse e le potrà vedere anche applicate.

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La figura arricchente di Papa Ratzinger

12 Giugno 2015 105 commenti

Per non dimenticare una così importante e arricchente figura di Papa contemporaneo….
Ecco perché mi piace la figura di Papa Ratzinger
Ho apprezzato subito la figura di Benedetto XVI, un Papa discreto e cosciente di quanto pesante fosse il suo mandato nel momento in cui veniva eletto Vescovo di Roma e sostituiva il grande Papa che l’aveva preceduto, morto già con quell’aureola di Santo, che poi gli venne riconosciuta.
Ebbe subito la percezione della grandezza della sua missione e la prese in consegna con l’umiltà che lo ha distinto negli anni del suo Pontificato. Papa dei nostri tempi, di una società detta “liquida” perché disperde e rende nulli secoli di ricerca di una coerenza in seno alla sua Chiesa. Ma è anche questa sua coerenza, una coerenza con la parte essenzialmente umana di sé, che gli fa riconoscere i suoi limiti e consente di dare un volto nuovo a tutti gli uomini di Chiesa.
Risente il suo operato della liquidità di questa società odierna?
Le sue dimissioni da Pontefice, o meglio la sua “rinuncia”, perché solo di rinuncia si può parlare, non avendo il Papa nessuno a cui presentarle, sarebbero la fine della sacralità del Pontefice, un adeguamento del vescovo di Roma, quale egli è, alla norma comune a tutti i vescovi, voluta da Paolo VI, che vuole la rinuncia al governo di una diocesi al raggiungimento dei 75 anni.
Quel che è certo è senz’altro che egli ha aperto una porta nuova nella storia dei Papi, la porta del Papa Emerito, ossia di un Papa che, sebbene vivente, rinuncia al suo mandato perché sente l’incalzare degli anni, le sue forze venir meno, l’approssimarsi della vecchiaia.
E’ un messaggio di profonda attenzione per chi si riconosce fallibile e riconosce con molta umiltà i limiti umani di una Santità terrena, limiti che egli ha esposto in un correttissimo latino, capito da pochi ma che subito fece il giro del Globo quell’11 febbraio del 2013, quando pronunciò con voce bassa quelle parole di inedite dimissioni dal suo compito di guida della Chiesa e che rimbalzarono come una frustata per tutti gli Stati dalle varie fedi religiose, ma che guardano al Pontefice come alla più alta autorità morale del pianeta. Oggi è comunque un fatto straordinario che davvero ci siano due Papi viventi, la rinuncia di Papa Ratzinger ha aperto uno scenario sconcertante e di grande innovazione, che grandi teologi hanno studiato con dovizia di particolari.
Ed ecco, allora, qualche chiarimento che ci viene da loro: in quel suo discorso ricco di particolari, ma che la sottile lingua latina rendeva accessibile a pochi, egli non ha inteso rinunciare al “munus petrinus”, ossia quell’ufficio, quel compito che Cristo attribuì al capo degli apostoli, ma egli rinuncia solo al “ ministerium”, cioè all’esercizio, all’amministrazione concreta di quell’ufficio.
C’è anche un aspetto spirituale, non meno importante, che si esercita “orando et patendo”, pregando e soffrendo, sempre come disse lui. .
Non abbandona l’abito bianco, perché Papa Emerito, e non intende abbandonare il servizio alla Chiesa, ha rinunciato non al compito, che non è revocabile, ma alla sua esecuzione concreta, che è passata interamente a Papa Francesco, insieme all’ufficio di vescovo di Roma.
Magnifica e ammirevole la sua preparazione teologica, che gli consente di aderire pienamente ad una scelta di profondo cambiamento in seno alla Chiesa, di cui egli è l’artefice.
E il nuovo Papa è consapevole di questo capovolgimento che Benedetto VI ha apportato alla figura del Pontefice odierno, anzi alla doppia figura di Papi, uno regnante e l’altro emerito, uno che dirige e insegna e l’altro che prega e soffre, sorreggendo il confratello nell’ufficio pontificale quotidiano.
E Papa Ratzinger ha dato prova, con questo atto solenne del suo magistero, di cedere alla fragilità umana e, umilmente, si è tirato indietro.
Non è anche questa umiltà, che fa accettare i propri limiti, indice di santità?

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Nuove regole e nuovi modelli per i nostri adolescenti

PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA
Grave la situazione dei nostri adolescenti, schiavi tutti delle leggi del branco.
Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali.
Oggi gli adolescenti non temono più il giudizio severo dei genitori e degli insegnanti, non tremano per un rimprovero o per una interrogazione fallita: la struttura gerarchica dell’educazione prima ha vacillato, poi è crollata di schianto, e così i nostri ragazzini hanno tolto la corona dalla testa dei loro antichi monarchi.
Al massimo fingono di dispiacersi, abbassano gli occhi se la prof grida qualcosa, se il padre pretende più impegno e più rispetto, ma dopo cinque minuti già hanno dimenticato tutto. Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti.
Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità.
Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita.
Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali. E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine.
Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni.
I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio.
L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza.
E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone.
Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.
I nostri figli sono troppo preziosi perchè quelli che sono i loro problemi non siano causa di una sana e benevola inquietudine, quando essa è dettata dall’amore e la cura che di essi non ci dobbiamo mai stancare di avere. I fatti che ci racconta la cronaca quotidiana ci induce a tenere sempre desta l’attenzione sui nostri figli , tenendo l’omologazione a stereotipi dissacranti dei principi inculcati dai genitori rende i ragazzi desiderosi solo di essere accettati dagli altri, dal “gruppo” o “branco” che dir si voglia. Sanno essere sì critici, senza però scostarsi troppo dalle dinamiche del loro senso di appartenenza a qualcosa, idee o persone che siano. Ed ecco, allora, l’importanza di un intervento educativo della famiglia.
Bravi genitori sanno come far presa sui propri figli, il dialogo e l’autorevole ammonimento mirano a metterli in guardia da questi pericoli di facile adattamento e di errata emulazione dei più, conta sempre disporsi ad aiutare i ragazzi a costruire una loro personalità forte e capace di non lasciarsi condizionare da chi vedono come “capo”.
E allora…..c’è possibilità di “salvezza” per i nostri giovani? Si, se hanno dietro famiglie “forti”.

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Il Nord e il Sud d’Italia, un divario insanabile

7 Giugno 2015 4 commenti

Tornavo qualche sera fa da Palermo, dall’aeroporto Falcone e Borsellino, bisogna attraversare tutta la città per accedere all’autostrada che conduce alla parte più a sud della costa siciliana: raggiungevo la mia città, Agrigento, e dopo di noi, ci sono, infatti, le isole, le Pelagie, e poi l’Africa. Si era fatto già notte, l’aereo era atterrato alle 11 e vai, con le operazioni di sbarco, prendi la macchina al nolo, percorri quei 150 Km circa di notte attraversando le strade più brutte d’Italia, sempre funestate da incidenti gravissimi, strade che tutti noi, provenienti da città prive di Università, abbiamo sempre fatto per proseguire i nostri studi, affidati solo, noi e i nostri figli, alle preghiere dei nostri cari, da casa.
Ed era il buio della notte, mentre percorrevo le strade dell’entroterra siciliano, a permettermi di vedere la mia bella terra, la Sicilia, in tutta la sua miseria, quando miseria è sinonimo di privazione: strade prive di luci, di segnaletica, strade tortuose che si ostinano a chiamare “a scorrimento veloce”, ma di veloce trovi solo qualche macchina che, guidata da un incosciente, rischia di venirti addosso affrontando, in un doppio senso di circolazione, una curva, effettuando un sorpasso sempre azzardato. Strade prive di qualsiasi struttura per sostare e riposare, una comunissima stazione di servizio per rifornimento di carburanti, strade buie e silenziose, che ti fanno sentire il posto che devi raggiungere molto più lontano di quanto effettivamente sia, perché il tempo si allunga nel silenzio lunare che avvolge le nostre strade di notte.
Il pensiero è uno solo quando il sole non illumina il tuo bel mare e tu sei lì di notte e devi affrontare tutti quei chilometri per raggiungere casa tua, tanto agognata, i tuoi amici che hai lasciato lì a sonnecchiare, e per questo ti sembrano più fortunati di te, ed è un pensiero che genera rabbia: la Sicilia sarà sempre una terra abbandonata e dimenticata, che non vede progresso e non intravede alcuna speranza di un futuro migliore. E’ un pensiero che genera rabbia, ripeto, e meno male, perché questo sentimento che devi gestire all’una di notte mentre guidi, ti tiene sveglio, ti aiuta a non andare contro un muro, ti fa riflettere con la lucidità che non hai quando sei lontano, e allora dici: è per questa terra che io non trovo quiete quando sono sù, in quel Nord dove sono stato apprezzato e ho trovato il modo di impiegare le mia risorse, di essere me stesso, rinunciando a chiedere, a fare il portaborse del tizio politico, privandomi della mia dignità? E la stessa rabbia mi porta a pensare ad una questione meridionale sempre esistente, mai risolta, che vede i politici sempre più corrotti ed una classe dirigente inadatta a risollevare le sorti del Sud, interessata a mantenere quelle condizioni di perenne disoccupazione dei nostri giovani, di difficoltà ambientali che, ancora oggi, sono causa di isolamento geografico ed economico, vedi mancanza di aeroporti, di infrastrutture e di strade percorribili senza rischi, magari elevate al grado di autostrade.
Ripercorrendo le fasi della questione meridionale, dalla nascita dell’Unità d’Italia (anno 1861), è evidente che alla base di tale questione ci sia stato un divario tra Nord e Sud, che ha visto forze economiche e industrializzazione concentrate al Nord, mentre era costante l’impoverimento delle masse contadine, la loro arretratezza culturale e la loro dipendenza dai ceti dominanti, il cui unico obiettivo era quello di controllarne il consenso e assoggettarle ai loro bisogni. Molti furono i fautori di una politica che sanasse le storture del sistema italiano e le sperequazioni tra Nord e Sud, sottolineando la necessità di una programmazione di interventi a favore del Sud, che non furono mai realizzati. Il loro fallimento servì solo a dimostrare la debolezza di tutte le operazioni di rilancio per il Sud, segnando il destino amaro di questa Regione. Ad oggi, possiamo dire che non è cambiato niente, la Sicilia rimane l’ultima regione d’Italia nelle varie voci: industrie, infrastrutture, strade, occupazione, attività culturali e moderna alfabetizzazione, perché priva di risorse economiche e investimenti di ricchezze che facilitino la sua industrializzazione, e aiutino la nostra Regione a sanare il gap che ancora esiste tra Nord e SudMa, come farà la Sicilia ad emergere, a superare questo divario con le sue sole forze, turismo, clima, se lascia scappare i suoi giovani migliori che, appena laureati, cercano occupazione, emancipazione da queste ataviche schiavitù che hanno segnato per secoli la loro regione, in Regioni del Nord, dove non sentiranno parlare più dei nuovi politici della loro terra, dove loro si sentono discriminati solo da una posizione sociale che sa di corruzione: tu non hai nessun politico alle spalle, quindi non puoi andare avanti! I nostri giovani che vanno via portano con sé tanta amarezza, ma non smettono di coltivare in cuor loro la speranza di ritornare per spendere le loro energie nella loro terra, realizzare quel cambiamento che ancora si attende dall’Unità d’Italia e da oltre 60 anni dall’ultima guerra, che faccia finalmente superare questo divario tra Nord e Sud e si possa costruire, così, una vera unità nazionale.

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Come aiutare i nostri figli a costruire un carattere forte.

Si pensa erroneamente che essere genitori significhi evitare ai nostri figli ogni problema, difenderli da insuccessi e delusioni, proteggerli da ogni piccola avversità. Ma come si può dominare questo istinto primordiale, in vista di un importante obiettivo educativo, ossia aiutare nostro figlio a costruire un carattere forte?
Un carattere forte è il vero antidoto agli imprevisti della vita, è un insieme di grinta,ottimismo e perseveranza indispensabile per prepararsi ad affrontare ciò che la vita gli riserva. Come aiutarlo, allora?
Impostare un atteggiamento educativo più efficace non è mai troppo tardi, in special modo se ci si accorge di stare sbagliando in qualcosa. E allora iniziamo ad analizzare quali
atteggiamenti sono da evitare.
Mai risparmiargli uno sforzo perché equivarrebbe a comunicargli il messaggio negativo che è incapace di farcela da solo, permettergli, anzi, di mettersi alla prova significherà dargli la possibilità di sperimentare e imparare.
Aiutarlo a sviluppare una percezione realistica di sé accettando delusioni sportive, piccoli insuccessi, perché possa capire quali sono i suoi errori e possa, così, migliorare,
spiegandogli che non sempre è colpa degli altri se qualcosa va storto.
Se si è convinti che è capace di cavarsela da solo, gli si può chiedere uno sforzo in più, perché esigere troppo è un errore, ma non aspettarsi niente è altrettanto sbagliato. Come è altrettanto sbagliato quando le richieste sono eccessive, allora si rischia di generare solo stress.
Se qualcosa lo fa soffrire, siamo vicini a lui e immedesimiamoci nella sua sofferenza, basterà ricordargli che anche noi si è stati piccoli e che molte cose ci hanno ferito, allora visto come cosa grave, ma da cui ci si è sempre ripresi, perché perdere fa parte della vita.
Infine, è utile, abituarlo a riflettere sulle sue sconfitte, chiedendogli dove può avere sbagliato e cosa, invece, avrebbe potuto fare. Elaborerà ciò che è avvenuto e impara a trovare, in seguito, nuovi modi per risolvere i problemi.

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