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Archivio Agosto 2015

Quando manca la collaborazione tra scuola e famiglia

30 Agosto 2015 36 commenti

La collaborazione tra scuola e famiglia: è ancora un principio pedagogico?
Era stato per lungo tempo un caposaldo di tutta l’opera della scuola, che riteneva conditio sine qua non, per realizzare il suo obiettivo di una armonica formazione dei nostri giovani, la piena collaborazione tra insegnanti e genitori, riconoscendo la validità, nel processo educativo, di tale rapporto.
E tale rapporto, perché funzionasse bene, era necessario che fosse basato sulla totale fiducia data dalle famiglie alla scuola, a quei docenti ai quali si affidavano i propri figli , dai genitori che si fidavano della preparazione culturale e dell’esperienza di chi faceva del proprio lavoro un’opera volta alla costruzione delle giovani personalità ad essi affidate.
Ma oggi, è ancora così? E’ ancora riconosciuta l’importanza di tale collaborazione? I genitori guardano ancora ai docenti come a dei loro collaboratori nella loro difficile azione educativa, e alla scuola come unica agenzia che bene si affianca ad essi?
A quanto pare, oggi le cose sono completamente diverse, i genitori guardano alla scuola con quel consumismo che accompagna ormai ogni loro pensiero, una scuola anch’essa usa e getta, da usare quando serve, ossia per dare un po’ di cultura ai loro piccoli, dei quali loro non si possono occupare, e dove poterli parcheggiare dal mattino al pomeriggio inoltrato, dati in consegna ad un personale che, spesso, non si conosce bene, causa il continuo avvicendamento e la pluralità di un corpo docente che non si fa in tempo a conoscere.
E, verrebbe da dire qui, si stava meglio quando si stava peggio, ma era proprio peggio il maestro unico, di lontana memoria? Ma, agevola tutto ciò la fiducia che si riponeva una volta negli insegnanti che si dovevano occupare dei figli, favorisce la ricerca di quella collaborazione tra scuola e famiglia che la vecchia pedagogia auspicava, perché insieme si arrivasse a fare presa nel pensiero dei giovani alla scuola affidati? Oggi i genitori sono più propensi a vibranti proteste, nessuno vuole ricevere cattive notizie sui figli, e addirittura si moltiplicano i casi di minacce o aggressioni verso i poveri professori da parte di madri inferocite e padri furibondi.
E quando la pagella è uno schifo, il preside convoca la famiglia, allora bisogna necessariamente prendere atto che il proprio figliolo, al quale non manca nulla, tablet, telefonino, vestiti firmati e belle macchine ai più grandicelli, è una frana, non ha fatto nulla per un intero quadrimestre.
Ma si va alla ricerca, anche, di chi è la colpa, e di chi può essere se non del tale insegnante, vecchio e saccente che non sopporta il proprio figlio, che va piegato a più miti consigli, e che la scuola è il regno dell’ingiustizia?
Così, calpestando il principio di piena fiducia che deve accompagnare l’affido alla scuola dei propri figli da parte dei genitori, mentre loro, i genitori avanzano sempre più aggressivi e i professori retrocedono sempre più intimoriti, si verifica un’azione di ribaltamento in quel rapporto nato con la sola finalità di essere educativo: da collaborazione tra genitori e insegnanti diventa una tenaglia prof.padri alla quale il furbo figlioletto impara a sottrarsi.
E’ questa la nuova scuola che formerà gli uomini di domani? E che uomini avremo, allora, domani?

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Maestri sempre preparati? E genitori, anche?

27 Agosto 2015 21 commenti

Come si preparano maestri e genitori a questo importante e gravoso
compito, a questa impresa ardua e, nello stesso tempo, lodevole, da cui dipende
la formazione di una personalità armonica e completa , preludio dell’uomo di
domani? Può, questa azione particolarmente difficile, essere lasciata ai
tentativi ed errori che spesso caratterizzano la poca preparazione dei
genitori, chiamati ad essere, dall’oggi al domani, educatori, quindi psicologi,
pedagogisti, e contemporaneamente, autorevoli guide dei loro figli?

E la scuola, non l’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne , il
più delle volte al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui
frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo
dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento,
e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di
discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli
altri, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico
pensiero che ne fanno un’ entità astratta ?

Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è
finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma,
capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza
rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci
appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato
responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.

Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi
educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi
cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti
favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria
educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani , impara dai suoi
sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che
va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo. La
pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo
pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare
nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere
le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto
questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per
tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal
riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della
sua spontaneità e creatività nell’agire. In Europa, furono attivisti pedagogici
Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati
sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come
impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato
periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.

Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti,
perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi,
essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di
creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del
maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro
innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo. Erano, essi, certi che ci
sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un
vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie,
oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò
che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello
che dicono i personaggi televisivi. Le teorie pedagogiche di molti studiosi
hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e
culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone ,
privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove
potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi.

E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due
decenni, il permissivismo di certa educazione , che ha reso quasi assenti quei
genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel
tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso
psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una
intera generazione.

La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più
rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali
di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto,
richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma
assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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La crisi fra generazioni, manca la via per comunicare

27 Agosto 2015 107 commenti

Una profonda crisi generazionale investe oggi la società, dovuta, stando al parere di molti esperti che studiano il fenomeno, ad una mancata alleanza fra le generazioni, che è la causa di quel disagio della civiltà che sta alla base dei drammi umani, tristemente divulgati da una quotidiana cronaca nera, e che coinvolgono adulti e ragazzi, in un vortice angosciante e drammatico.
La questione del rapporto positivo tra le generazioni è fondamentale e sta alla base della civiltà, di tutte le civiltà. E rapporto positivo vuol dire, necessariamente, che ci sia una comunicazione, che si possa e si debba comunicare con adulti presenti, pronti a dialogare ed ascoltare, costruttori di un’alleanza dove essi accettano il nuovo e il moderno, ma non rifiutano il loro compito principale, che è quello di trasmissione di valori morali, degli “attrezzi” per vivere.
In altre parole urge che la generazione adulta ritorni ad una responsabilità che, in questi ultimi decenni, è mancata. Molti genitori sono stati assenti nei loro compiti educativi, favorendo una ricerca di paternità che spesso è stata latitante, come punto di riferimento su cui poggiare il loro domani. In un recente passato c’era il bisogno da parte dei giovani di liberarsi di una eccessiva presenza del padre, oggi c’è questa domanda, sicuramente inedita, di padre.
Il succedersi delle generazioni non è come un lungo fiume tranquillo, ma può apportare anche tempeste e tumulti, la famosa crisi vista come esposizione al pericolo, ma che spesso annuncia la possibilità del nuovo. Un “nuovo” che riveda il rapporto tra genitori e figli, per sanare quel disagio che colpisce i nostri giovani, i più giovani, ed è dura pensare che ciò sia dovuto ad un vuoto ingiusto e non facilmente colmabile, all’assenza della figura del padre.

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