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Archivio Settembre 2015

L’importanza della scuola nel processo educativo

28 Settembre 2015 48 commenti

Piccole gocce di Pedagogia
Nelle varie fasi dello sviluppo infantile un posto preminente è dato alla scuola dell’obbligo nei suoi distinti ordini, che seguono la crescita intellettiva dei nostri figli.
Ma come è vista la scuola da genitori e alunni che la frequenteranno?
Quando parliamo di scuola che educa, sicuramente non ci riferiamo all’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne, il più delle volte, al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento, e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli altri.
Ci si chiede, però, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico pensiero che ne fanno un’entità astratta?
Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma, capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.
Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani, impara dai suoi sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo.
La pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della sua spontaneità e creatività nell’agire.
In Europa, furono attivisti pedagogici Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.
Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti, perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi, essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo.
Erano, essi, certi che ci sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie, oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello che dicono i personaggi televisivi.
Le teorie pedagogiche di molti studiosi hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone, privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi. E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due decenni, il permissivismo di certa educazione, che ha reso quasi assenti quei genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una intera generazione.
La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto, richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.
Art. scritto per Corriereweb da Crocetta De Marco

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Sulla questione meridionale e i nostri giovani

23 Settembre 2015 231 commenti

“Ma, come farà la Sicilia ad emergere, a superare questo divario con le sue sole forze, turismo, clima ,se lascia scappare i suoi giovani migliori che, appena laureati, cercano occupazione, emancipazione da queste ataviche schiavitù che hanno segnato per secoli la loro regione, in Regioni del Nord, dove non sentiranno parlare più dei nuovi politici della loro terra, dove loro si sentono discriminati solo da una posizione sociale che sa di corruzione: tu non hai nessun politico alle spalle, quindi non puoi andare avanti! I nostri giovani che vanno via portano con sé tanta amarezza, ma non smettono di coltivare in cuor loro la speranza di ritornare per spendere le loro energie nella loro terra, realizzare quel cambiamento che ancora si attende dall’Unità d’Italia e da oltre 60 anni dall’ultima guerra, che faccia finalmente superare questo divario tra Nord e Sud e si possa costruire, così, una vera unità nazionale.”

Scrivevo questo articolo un pò di tempo fà, consapevole che la realtà in cui vivono i giovani quando si spostano al Nord in cerca di lavoro è veramente dura, la vivono come un sorpruso, una violenza ai loro sentimenti di attaccamento alla famiglia e alla loro terra. Tuttavia ero consapevole anche che molti di loro danno a questo salto nel buio, a questo sradicamento forzato da un contesto a loro familiare, un significato di provvisorietà, di momentanea accettazione del nuovo per poter realizzare ciò a cui aspirano, e ritornare nella loro terra per contribuire a metter le basi di quel tanto desiderato “sviluppo”, essere artefici di esso e spendere quì tutte le loro energie. Molti di questi giovani hanno inseguito per anni un sogno, tutto il loro progetto sembrava essere solo un sogno, ma con tenacia hanno superato ogni difficoltà, una vita al Nord da costruire, ricerca di ulteriori titoli con assurde frequenze a stages e master per dare alla loro bella laurea ancora più credito, inserimento in contesti sociali e di lavoro inimmaginabili, se solo fossero rimasti nella loro terra d’origine.
Era, il loro sogno, una scommessa con se stessi, vedere in concreto cosa fossero capaci di fare fidando solo sulle loro forze. Loro che non avevano scelto, nè accettato di fare il portaborse del tizio politico nostrano, che non avevano voluto svendere la loro dignità per vivere di una lontana e illusoria promessa di una qualunque e, a volte, anche misera occupazione, hanno fatto di tutto per realizzare un sogno che, ab initio, era sembrato irraggiungibile, l’hanno inseguito fino al punto di vedergli, piano piano, prendere forma, diventare un’accessibile realtà. Scrivevo questo, tempo fa, inoltrando questa mia amara riflessione a delle testate giornalistiche online, vedi Corriereweb, La Repubblica, Tiscaliweb, che hanno sempre accolto e apprezzato quanto si riesce a scrivere se si è mossi da sentimenti di amarezza per ciò che vivono i nostri ragazzi, ma anche da una forte speranza che riuscissero a farcela a tornare vincitori, quando per vittoria si intende aiutare lo sviluppo del proprio territorio, al di fuori da qualsiasi interferenza di natura politica, intesa solo negativamente per una lotta tutta all’insegna della legalità e della giustizia.
Con quell’articolo esprimevo tutta la mia amarezza di vedere i ragazzi augurarsi, ogni buon dì, di farcela e adesso che ce l’hanno fatta, io lo devo a loro questo mio scritto per le stesse testate che hanno conosciuto quanto può essere forte un desiderio e quanto esso può tramutarsi da irrealizzabile, a realtà quotidiana.
E’ loro la capacità di portare un’Azienda del Nord ad essere presente nelle Regioni Meridionali come la Calabria e Sicilia, Azienda che mai avrebbe supposto di aprire al Sud, e già conta pure dei collaboratori assunti nel nostro territorio, è ancora loro la forza ingegnosa di essere, rappresentando la Regione Sicilia, presente alla grande EXPO di Milano, con il Claster Mediterraneo, è stata loro la capacità di insegnare in punti estremi del Nord, fra il gelo e la neve, e portarsi la cattedra giù al Sud, prima dello sfacelo nelle scuole attuato da Renzi.
Oggi scrivo tutto ciò per ricordare ai giovani che sognare si può, si deve a se stessi darsi la bella emozione di inseguire un sogno e agire per realizzarlo, l’hanno fatto i nostri ragazzi e ci sono riusciti, a vivere ogni giorno di una grandissima soddisfazione: portare il lavoro al Sud, per sè e per alcuni che li collaborano, il tutto senza dover dire grazie a nessuno, solo alla famiglia che li ha sostenuto.

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Mollo tutto e cambio vita

21 Settembre 2015 343 commenti

Mollo tutto e cambio vita, quando nuovi lidi significa rinnovarsi

Spesso cambiare vuol dire “rinnovarsi”.
Ci sono momenti nella vita in cui è necessario rinnovarsi per sentirsi più vivi e stimolati, e fare cose nuove aiuta in questo.
C’è chi le novità le evita categoricamente, chi non si allontanerebbe mai dal posto in cui è nato, chi non è aperto a nuove conoscenze, perché tanto quelle che ha da sempre gli sono sufficienti, c’è, allora, chi non è capace di abbandonare le note sicurezze per un “nuovo” ancora sconosciuto e che fa paura. Il suo è un vantaggio poco glorioso, quello di non rischiare, di non dover affrontare situazioni di cui non si conoscono bene l’entità e gli esiti.
Egli dimostra di possedere poco coraggio quando percepisce l’ignoto come una minaccia, sceglie, allora, di stare fermo nella propria dimensione, replicando gli stessi schemi infinitamente, spesso avvolto in una sensazione di inutilità, che rasenta la frustrazione.
Ma c’è anche chi le novità le cerca in continuazione perché di esse si nutre, conosce e prova l’adrenalina del nuovo e del cambiamento, che affronta con coraggio anche quando il nuovo porta esiti non desiderati, riscoprendo in sé nuove capacità di recuperare quelle che erano le sue aspettative.
Costui affronta la vita in modo dinamico, pronto a dire basta, mollo tutto, do una nuova svolta alla mia vita, che arricchisce di sempre nuove esperienze, guarda ed esplora nuovi orizzonti, perchè tante cose ci sono ancora da fare, perchè ogni nuovo giorno offre la possibilità di scoprire e sperimentare delle novità. Anche il solo rendersi conto di aver tanto da fare nella vita ci rende più dinamici, figurarsi sperimentarlo in prima persona!
Dare vita a nuove idee stimola la curiosità e l’entusiasmo, nutre la realizzazione, il successo personale e l’autostima.
E poi, accettare di vivere le cose diverse dalle solite significa accettare ciò che già c’era e che altri hanno prima di noi sperimentato, solo che noi ne ignoravamo l’esistenza. Ecco perchè non c’è d’averne paura.
( da un’esperienza personale)

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L’ITALIA DELLA GRANDE BELLEZZA NEL NOSTRO FUTURO

12 Settembre 2015 235 commenti

Quale Paese vogliono i ragazzi di oggi per il loro domani?

Pensano ad un’Italia alla deriva come quella in cui stanno vivendo, con personaggi simili a quelli attuali, così fortemente impegnati a mantenere il nostro Paese agli ultimi posti nelle varie voci di occupazione giovanile, di aiuto per i più deboli, con famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, e pensionati che vivono con un assegno mensile al di sotto dei mille euro, e con questi devono aiutare anche figli disoccupati?

Trovo giusto, a questo punto, dire basta con le lamentazioni sull’Italia che abbiamo, se si vuole immaginare l’Italia che vorremmo, l’Italia ideale che ad oggi non c’è, ma che possiamo pensare partendo dalla sua GRANDE BELLEZZA che ha sempre conquistato il mondo intero e che tutti ci invidiano, è una bellezza geografica, di stile e architettura, di moda e cultura che altrove non trovi, e che da noi è raccontata non solo nella capitale ma in ogni città, in ciascuno dei suoi siti ancor più decentrati.

E’, essa, una Bellezza che arriva da molto lontano, da secoli di Storia che sono serviti a consegnarci un’Italia che ha creato e distribuito ricchezze, in mille anni della sua storia di Rinascimento ha inventato modelli economici da esportare, ha saputo cambiare rotta quando necessario se, trovandosi in difficoltà, è sempre riuscita ad agganciare la ripresa.

Ecco, l’errore da evitare è proprio avere una veduta corta, guardare solo all’oggi senza ricordare il passato, e non tenere presenti, nella crisi economica in cui oggi inevitabilmente ci troviamo, quelle ricette che hanno fatto grande il nostro Paese.

Ciò che è utile è proprio guardare all’Italia che è stata per immaginare quella del futuro, quella che vorremmo, guardare a tutto ciò che del passato può servire come modello.

E’ stato, tale argomento, materia di un appassionato studio portato avanti da Giovanni Vigo, docente di Storia dell’Economia Internazionale all’Università di Pavia, il quale sostiene che sono molti gli esempi del nostro passato da seguire, tutte le trasformazioni che ci hanno reso grandi in , dal Medioevo “audace” al Seicento “creativo”. Una borghesia, quella italiana, che dall’anno Mille in poi ha conosciuto momenti di straordinaria floridezza, che ha fatto pensare all’Italia non come un Paese povero.

Dall’anno Mille al 1300 la rinascita urbana ha prodotto una crescita sorprendente. Rotto il legame con il luogo natio, ci si spostava nelle città, ci si reinventava, si produceva con tutto l’entusiasmo che nasce dalla sensazione di essere liberi. Nei centri urbani si imparava soprattutto a rischiare, si apprendeva quell’alfabeto dell’audacia che ha sempre contraddistinto la nostra civiltà industriale.

Nel XIII secolo a Firenze, Genova, Venezia, Milano fiorirono artigiani specializzati, banchieri e commercianti in vari settori occupandosi di produzione e distribuzione, creando un sistema del credito da cui si ebbe, anche, il moderno assegno. Durante il ‘600 fu fronteggiato lo spostamento dell’asse economico-finanziario verso il Nord, mentre le industrie meno raffinate si spostarono nelle campagne e crearono una rete di piccole imprese. Furono Italiani creativi e curiosi, che favorirono il Rinascimento e assorbirono le novità provenienti anche dal mondo islamico dell’Oriente, come quei macchinari di epoca preindustriale per le manifatture laniere.

E’, però, il secolo scorso che ha visto l’economia italiana fare un gran balzo nella storia dell’Italia economica, quando aziende come Fiat e Olivetti contribuirono a disegnare la storia del Capitalismo mondiale.

Fra il 1950 e il 1973 furono gli anni d’oro dell’economia mondiale, insieme alla nascita del Mercato Comune, che diventò subito il principale mercato per le nostre esportazioni . Il boom economico di quegli anni ci traghettò in un periodo di benessere che ci fece vivere un consumismo sfrenato, che ancora paghiamo caro.

Abbiamo affrontato e superato varie crisi economiche puntando sempre sulla capacità tutta italiana di risoluzione dei problemi e capacità di ripresa. Ci si auspica, allora, che non ci si fermi delusi, ma ripartendo da quello che in Italia ha funzionato, si guardi alle sue eccellenze che da sempre hanno portato l’Italia alla ribalta del mondo, fino a farne una Grande Bellezza che tutti ci invidiano.

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