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LE FERROVIE IN SICILIA, SPECCHIO DI UN DEGRADO ASSOLUTO

17 Dicembre 2015 28 commenti

LE FERROVIE IN SICILIA, SPECCHIO DI UN DEGRADO ASSOLUTO
Avevo bisogno di andare a Messina, con una sosta a Catania di un giorno e poi ritornare ad Agrigento in treno. Volevamo vivere la nostra autonomia non dipendendo dalla strada, con un viaggio in macchina stancante, non usare pulmann, perchè ti obbliga ad un lungo viaggio senza una sosta per sgranchirti le gambe, volevamo lasciare liberi i figli che si propongono sempre di accompagnarci, gridando ai quattro venti la nostra piena abilità nel saperci muovere per treni e stazioni…… treni e stazioni del Nord, ci ricordavano i figli!
Noi, che nel nostro lungo soggiorno a Milano, amavamo viaggiare indifferentemente con macchina per autostrade, erano nostre la Milano-Serravalle, per le due ore anche con neve per raggiungere Genova e il suo porto, la Milano Tangenziale Est per Venezia, per ritrovarci tutti a Sotto il Monte, in pellegrinaggio alla Casa natale del Papa Buono, Giovanni XXIII, e ancora la Milano- Firenze passando per Bologna e poi gli Appennini. Il tutto molto agevolmente, con soste in Autogrill e stazioni di servizio accoglienti e ricche di ogni oggetto e articoli che volevi portare con te.
Erano nostre queste strade e autostrade, e noi orgogliosi di farle per gite, o visite ai figli, e loro fieri di avere genitori così giovani e capaci di una vita diversa, per nuove abitudini acquisite al Nord.
Eravamo lieti di fare i nostri viaggi anche in treno, ma che treni ricordiamo, bisogna averci vissuto al Nord per sapere come si vive qualitativamente bene! Dai treni Frecciarossa all’EUROSTAR, per finire a quello di ultima generazione ad alta velocità, ITALO, che scommette sul tempo, e ti fa arrivare in mezz’ora da Milano a Bologna.
Entusiasmante esperienza di conoscenza diretta del progresso che ha toccato le Ferrovie dello Stato, o quei privati che investono in mezzi di trasporto per rendere più agevole la vita degli utenti. Esperienza certamente unica e utile per la vita, se ti porta, poi, a fare confronti con i 40 anni che, nella tua bella Regione, sono passati invano.
E’ stata un conquista dei nostri anni ’70 la costruzione dell’autostrada Catania Messina e, poi, la Messina Palermo, che ci permise di raggiungere la città di Messina senza dover prendere il treno.
Siamo rimasti, quindi, al ricordo di un treno che impiegava sette ore per portarci da Messina ad Agrigento, si fermava in piccole stazioncine e si arrivava a destinazione talmente stanchi d’avere l’impressione di averla fatta a piedi. Ed ora, è possibile che sia ancora così?
Possibile che, per tornare da Catania verso Agrigento si debba fare un lungo percorso di una durata di 5 ore di viaggio, con cambio a Caltanissetta? Oppure, un’altra opzione sarebbe la Catania-Palermo- Agrigento per la durata di 7 ore? Ma non è un vanto per nessuno in Italia , nè lo è per il Governo Nazionale la differenza della qualità della vita tra il Nord e il Sud, tantomeno lo è per il Governo Regionale che dovrebbe vergognarsi di tenere in una situazione di degrado i cittadini, non offrire i servizi giusti, tutti quelli che hanno al Nord, e fare i comodi loro, ogni giorno in una sorta di gara a chi frega di più i poveri illusi loro elettori, e a chi guadagna meglio.
Oggi si è parlato di Ferrovie dello Stato che passano ai privati, ho pensato di avere un filo teso con l’Economia nazionale, di avere avuto una forza mentale capace di evocare ciò che è diventato in questi giorni un pensiero dominante: dobbiamo aiutare il cambiamento, lo sviluppo della nostra Sicilia, non è giusto dire che quà le cose non cambieranno mai, vado via e lascio tutto in mano ai soliti predoni! Iniziamo dalle Ferrovie, rivolgiamoci a chi può aiutare il miglioramento della rete ferroviaria in Sicilia, e sia capace di portarla ai livelli dell’altra Italia, quella settentrionale, vogliamo tutti godere una vita qualitativamente buona senza essere costretti ad un’emigrazione forzata, come alla fine è la vita di chi da casa sua va in una città del Nord.
Chissà che non lo facciano i privati a cui stanno consegnando un servizio che è già diventato scadente per lo Stato? Io ho iniziato a denunciare questo ulteriore degrado esistente nella nostra Regione a varie testate giornalistiche, ma una sola voce è una voce che grida nel deserto, bisogna scuotere le masse, fomentare i cittadini per un diritto a migliori servizi, essere da traino, e quì mi rivolgo ai giovani, perchè sia da tutti percepito il degrado in cui lasciano vivere i siciliani, non si può essere rassegnati!! (Per la cronaca, siamo tornati da Catania in macchina, non eravamo al Nord, non c’erano Eurostar, nè Frecciarossa, nè Italo, solo ci auguriamo ancora per poco!)

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Incontro fra due autori: Camilleri ci spiega Pirandello con un romanzo-parodia

5 Dicembre 2015 23 commenti

La “Biografia del figlio cambiato” ci svela l’origine della perenne infelicità pirandelliana.
Il romanzo di Andrea Camilleri che io amo più di tutti, che ho letto e riletto, è” La biografia del figlio cambiato”. Non il Camilleri poliziesco del commissario Montalbano, non l’autore della trilogia delle metamorfosi, quale egli è nel “Casellante”, o in” Maruzza Musumeci” o nel “Sonaglio”, ma piuttosto lo scrittore del Grande della sua terra, quel Pirandello che, come lui, ebbe i natali nella sua Agrigento, che, come lui, vide lo stesso mare africano, lo stesso porto caricatoio e, come lui, arrecò gloria a quel lembo di terra che quasi tocca l’altro continente che gli sta di fronte, l’Africa. Nella “Biografia del figlio cambiato” il Camilleri fa la parodia del romanzo di Pirandello “La favola del figlio cambiato” dove l’autore racconta che alla protagonista veniva cambiato il figlio nella culla dalla levatrice, come succedeva spesso in quella terra e ai tempi del Pirandello.
Il Camilleri immagina, allora, un dialogo fra lui e il Pirandello, che a lui racconta di essere sempre stato convinto che anche lui è stato cambiato nella culla e si chiede quale sarebbe stata la sua vita se non fosse stato cambiato, e allevato da una famiglia che non era la sua, del cui padre egli non si riconosceva “figlio”, perché completamente diverso da lui nel modo di vivere e di concepire la vita.
Da qui la sua perenne infelicità per non sentirsi “figlio”del padre Stefano di cui non accettava nulla, né l’arroganza del padre padrone, né i tradimenti alla sua donna con serve e cugine. Ma non solo scambiato nella culla, ma anche nato in un “non luogo” come il Caos, che fa crescere quel senso di “diversità” che rende il Pirandello estraneo anche nella sua terra d’origine. E allora, dove è nato egli?
Egli stesso, dice il Camilleri, parla del Caos, contrada dove è nato, come di un “non luogo”, il Caos come “cavusu” che in dialetto siciliano vuol dire “pantalone”, ossia un abbigliamento con due gambe, che come il Caos, era terra che si divideva in due diramazioni, quindi le due gambe, una per Girgenti ed una per Porto Empedocle, paese dove abitavano i Pirandello e da dove , per un’epidemia di colera, il padre mandò la moglie a partorire nella loro casa di campagna, in quella contrada lì , il cui nome dialettale non piacque allo zelo linguistico di un funzionario dell’anagrafe, che lo cambiò nel più italiano Caos.
Pirandello, sempre come gli fa dire il Camilleri, non si riconosce come figlio, perché cambiato alla nascita, non si riconosce nel luogo di nascita, dove è nato per caso, si sente estraneo nella terra sua d’origine ma, grazie a quel luogo di nascita che fu cambiato nel nome, egli non si riconosce neanche nell’ordine del mondo, egli appartiene al caos incomprensibile: ”Io son figlio del Caos, egli dice, e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché sono nato in una campagna che trovasi in un intricato bosco denominato, in forma dialettale,”Cavusu “dagli abitanti di Girgenti”; io appartengo al caos incomprensibile”.
Ma, ciò che colpisce più di ogni altra cosa, in questa storia romanzata del Camilleri su Pirandello ,è come lui immagina il rapporto che l’autore agrigentino ebbe con la moglie Antonietta che si evince dai suoi scritti quando era da lei lontano. Fu un rapporto di grande gelosia da parte della moglie, gelosia che, si dice nel libro, contribuì ad aggravare la malattia psichica della donna , al punto tale che fu gelosa perfino dell’amore che il nostro autore ebbe per la figlia Lietta. Racconta il Camilleri del soggiorno del Pirandello con la famigliola a Roma, della nascita dei tre figli ma, contemporaneamente, anche di un Pirandello non conosciuto ai più, costretto a mentire per non scatenare la gelosia della moglie già in preda ai fantasmi della follia, vittima delle ire di lei, e sempre alla ricerca di sotterfugi per sfuggire alle sue crisi di gelosia e alle sue invettive. Fu a Roma che egli decise di internarla in un manicomio dove ella morì, ma egli disse della follia della moglie: “La pazzia di mia moglie sono io, io che per tutta la mia vita non ho saputo chi sono, io, il figlio cambiato”. Sostiene, allora, il Camilleri : se non fosse stato cambiato nella culla come egli stesso dice, il Pirandello sarebbe stato lo stesso? La sua vita così infelice? E’ questo il nucleo di tutta la produzione teatrale pirandelliana, il tema dell’identità impossibile, quella del figlio cambiato che dubita di se stesso, che non sa, non può distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è, dove l’unica realtà è come ognuno di noi appaia, e alla fine, quello che gli altri vedono in lui. La vita come caos, dove l’unica realtà è ciò che appare. Se è vero che il dramma della sua vita sia stato l’essere stato cambiato nella culla, ha avuto però di che essere soddisfatto, il grande figlio del Caos, quel Pirandello conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

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