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Archivio Maggio 2016

L’Argentina di Papa Bergoglio, quel mondo alla fine del mondo…e la malinconia nel cuore

27 Maggio 2016 137 commenti

L’Argentina di Papa Bergoglio, quel mondo alla fine del mondo…e la malinconia nel cuore

Bisogna esserci andati dove c’è il mondo alla fine del mondo e avere misurato il senso della distanza per capire la seconda frase del Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, nella sua prima apparizione alla loggia di san Pietro: “Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma: sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo questo papa quasi alla fine del mondo”.
Se vai in fondo all’Argentina, in fondo alla pampa e poi in fondo alla terra del fuoco e in fondo alle rocce ghiacciate, ai golfi di acque striate di blu e di schiuma bianca, dove non ci sono neppure più gli orsi marini e il vento è un vento che sembra soffiare da un altro mondo che non è quello che finisce lì, cogli quel primo pensiero di Francesco. E puoi immaginare perchè gli argentini come lui e i figli di italiani in Argentina, cresciuti laggiù, hanno quello sguardo fermo ma melanconico, quel filo di ironia che li porta a parlare di un “mondo che finisce”, come di una ineluttabilità mica solo geografica.
Capisci il fondo di nostalgia geneticamente annidata nella memoria degli avi emigranti, dei quali l’Argentina è popolata. Capisci definitivamente e per paradosso anche il fascino irresistibile del tango, della sua musica struggente, non solo dei suoi movimenti languidi, poi secchi improvvisi, gli sguardi fissi, le giravolte che scuotono l’aria e poi gli improvvisi arresti, proprio come se ti affacciassi sulla fine del mondo.
Anche il nuovo Papa ama il tango e questa passione che non è certo quella di danzarlo è la sintonia con la melanconia in movimento delle sue note. Laggiù, a quindicimila chilometri da qua, il cielo, la terra, il ghiaccio, il mare, il vento, le geografia loca (pazza), come la chiamano, sono i segni di una fine che non sembra solo geografica.
E allora immagini tutta la strada che si deve fare, quando si parte da questa nostra terra nel Nord Ovest italiano, nel cuore europeo, per arrivare all’Argentina e poi in fondo all’Argentina.
Il mondo alla fine del mondo è una sensazione che in Argentina ti pulsa nelle vene non solo se affascinato dai racconti dei grandi scrittori, come Francisco Coloane o dei mitici viaggiatori, come Bruce Chatwin che ne hanno scritto quasi puntigliosamente, presi per primi da quel senso di confine del mondo che si percepisce quando si viaggia in giù, quando ti lasci dietro Baires e poi La Plata e poi Bahia Blanca e poi la pampa, che non finisce mai e poi quei luoghi perduti dove vivono popolazioni residuali di cacciatori, pescatori che a una certa latitudine hanno già nostalgia della stessa pampa fuegina e di quella patagonica, perché sotto verso il Polo è un mondo molto più sperduto e precipiti come verso un pozzo oscuro, dove ti salvi solo continuando a navigare inesorabilmente in mari sperduti, fino a quello antartico.
Come si respira tutto questo a Buenos Aires, come si respira se stai migliaia di chilometri più a Nord, magari anche nel cuore della Ciudad Federal, Buenos Aires? Il soffio del mondo alla fine del mondo è forte anche perché non ci sono barriere, non ci sono montagne, catene che dividano quel paese e quando i vento gelido soffia verso nord da quegli spazi perduti arriva fino a Buenos Aires e di colpo la temperatura precipita anche d’estate, di primavera e tu senti il soffio gelato di quel mondo sperduto.
E allora si capisce da quale storia venga il nuovo papa e perché il suo primo pensiero sia stato a quella provenienza così lontana, ma anche così vicina per un Bergoglio, per una famiglia partita da Asti e da Genova, legata ancora così forte a quella memoria da far conservare a lui, futuro prete, futuro gesuita poi monsignore, poi vescovo, poi arcivescovo, poi cardinale, un pugno di terra piemontese sempre quasi in tasca e quel sentimento di distanza, quel metro che poi i figli degli emigranti portano sempre dentro al proprio cuore.
Bisogna esserci andati, in quella Terra alla fine del mondo…. E se, chi ci è andato non ha fatto più ritorno? E’ per questo, allora, che è arrivato lui, Papa Francesco, perché ce la raccontasse?

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Chiude il Polo Universitario ad Agrigento, fallimento della politica

11 Maggio 2016 14 commenti

Morte dell’Università agrigentina, è il fallimento della politica

Erano gli anni ’60 e molti giovani non residenti in Agrigento affrontavamo mille sacrifici per raggiungere il capoluogo per studiare. La nostra fatica, calcolata in termini di viaggio quotidiano in ore mattutine e rientri da operai del Nord, ma anche in costi per le famiglie già dalle scuole medie, non essendo ancora la Scuola Media Unificata e molti Comuni ne erano privi, ci faceva amare forse, anche di più quello studio così fortemente anelato, e non aperto, certamente, a tutti. Le famiglie, già dalle Medie, selezionavano volontà, amore per lo studio e nascenti ambizioni, mandando a studiare in città solo chi dimostrava un autentico interesse ad uno studio sistematico, e già classico, delle medie ginnasiali. Molti di noi arrivavano al diploma, ma la meta per i più impegnati era l’Università, e allora davvero, con molto dispiacere, spesso ci si fermava, non tutte le famiglie potevano permettersi di mantenere i figli a Palermo, di pagare le tasse e i viaggi. Non c’era nulla, allora, per i più meritevoli, e così iniziammo a sperare che diventasse realtà un Polo Universitario nella nostra città. E fu solo negli anni novanta che iniziò a concretizzarsi ciò che era stato un sogno per molti giovani della provincia di Agrigento, abbiamo condiviso la raccolta delle firme perchè si aprisse un polo universitario ad Agrigento, sebbene inizialmente con il Corso di laurea ai Beni Culturali, per poi, assistere all’apertura di altri corsi di laurea. E adesso? Tutto cancellato? Si torna indietro, regredisce la cultura che solo ad Agrigento non ha diritto di cittadinanza, per fare ripiombare la nostra città nel baratro dell’ignoranza, sempre di più all’ultimo posto in quella graduatoria nazionale che elenca quanti sono i giovani laureati, e i nostri rimarranno ancorati in quell’ultimo posto. E’ con grande dispiacere che apprendo la notizia della chiusura di alcuni corsi di laurea, cosa rimarrà di tutto il Polo? Ma, innanzitutto, provo dispiacere per i ragazzi che siamo stati, noi che inseguivamo un sogno di natura solo intellettuale che non avevamo potuto realizzare, ma ci gratificava vedere che per molti altri esso era diventata realtà, il tempo e gli anni non erano passati invano. Oggi nessuno piange, si è solo diventati insensibili a tutto!

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L’insegnamento ripensato

10 Maggio 2016 13 commenti

Ho scritto un libro ” Maestra di cuore” edito dalla casa editrice Simple, e, quando mi sono dedicata a questa avventura, sono stata subito certa che, ciò che mi muoveva, era solo il desiderio di divulgare la mia esperienza d’insegnamento in una scuola di periferia, dove sono stata anch’io maestra di strada, come erano i miei alunni, vicina a loro.
Ma, quale è stato l’imput che ha fatto sì che tutto ciò che conservavo nella mente e nel mio cuore venisse allo scoperto, che io dessi vita, nero su bianco, a dei ricordi di una professione che era stata ricca ed entusiasmante? Sicuramente, a darmi la certezza che quello che avevo da scrivere fosse importante mi è stato trasmesso dalla conoscenza di una Casa editrice, le Edizioni Biografiche, che promuove il racconto di come un’impresa possa e sia ,spesso, diventata un “successo”. Io non avevo un’impresa da proporre, però ho ripensato a tutto il mio insegnamento e all’impegno che avevo profuso in esso tale da sentirlo alla stregua di un’impresa e, come tale, ho sottotitolato il mio libro, un’impresa senza fine di lucro, un’impresa “no profit”, ovvero “Come insegnare in una scuola depressa”. L’ho chiamato “Maestra di cuore” perché è col cuore che ho lavorato, con la passione di un privato che tiene alla sua messa in piedi e alla sua riuscita nel tempo. Ho ritenuto allora il mio insegnamento un mio “successo” personale, ciò che ti fa concludere una carriera ricca ed entusiasmante con la consapevolezza di avere dato il meglio, per cui, dopo tutti i miei anni di insegnamento, ho potuto certamente sostenere che la scuola non mi manca. Essa non mi manca non per una sorta di indifferenza verso quella che è stata la mia professione, ma piuttosto penso che non mi manchi perché sono certa di aver fatto tanto e tutto per i miei alunni, sia se avessi insegnato nel salotto della città, o più ancora quando mi son trovata insegnante “missionaria”, come son solita denominare il mio lavoro svolto in quel quartiere di periferia, dove gli alunni erano privi di tutto.
E poi i miei alunni del Nord, che io ho considerato come un dono, perché mi hanno riportato ad un insegnamento che non mi chiedeva più i grandi ed entusiasmanti sforzi come quelli che ho dovuto mettere in atto nella scuola di quella zona depressa. Un insegnamento normale, con alunni e famiglie anch’essi normali, dove le soddisfazioni erano quotidiane, e i risultati sempre soddisfacenti.
Ma, come scrivo nel mio libro, se ripenso a me maestra è li che va il mio pensiero, in quella scuola di una frazione socialmente deprivata, lasciata ai margini di una città già agli ultimi posti di una classifica nazionale che misura la qualità della vita di tutte le città italiane.
E il quartiere di cui parlo nel libro e dove sono stata maestra per 16 anni è la frazione più emarginata dalle amministrazioni che via via si sono succedute, sempre dimenticata, che non ha mai intravisto possibilità di miglioramento. Questa frazione è una frazione di periferia della nostra città, che vive un degrado ambientale, economico e sociale mai superato, ad oggi sempre più grave, dove le famiglie sempre oberate da problemi di sostentamento, hanno visto la scuola come un lusso che loro non si erano potuto permettere con la sola, triste percezione che non era per loro, ma che i loro figli erano obbligati a frequentare, pena denunce varie e la minaccia sempre costante dell’intervento dei carabinieri. La scuola riconosce di essere l’unica fonte di cultura e di recupero per questa frazione a rischio di dispersione scolastica, di abbandono e di potenziale microcriminalità, l’unica istituzione che si può sostituire alla mancata opera di chi amministra la città, per supplire alle gravi omissioni che da sempre hanno provocato danni al tessuto sociale di questa parte di città privando tutti quanti i suoi abitanti di tutto ciò che si identifica con sviluppo e progresso.
E’ per questo quartiere che, in collaborazione con il capo d’istituto e con colleghi sensibili a queste problematiche, in sinergia con le altre comunità educative, vedi altri ordini di scuole in un’ottica di continuità, e con la parrocchia che sempre ci ha collaborato, abbiamo attivato progetti che mirassero a scuotere l’apatia che regnava nelle famiglie, ridando ai nostri alunni, insieme ai contenuti culturali, il valore di sé come persona, per tendere al miglioramento del proprio quartiere partendo dalla costruzione di una mentalità di rispetto di tutto ciò che è vita del quartiere , quindi famiglie, alunni e scuola, che, insieme alla Parrocchia , restano unica fonte di valori morali da condividere.
Era necessario far emergere nei nostri alunni la consapevolezza che essi non erano cittadini di serie “B” rispetto a quelli della città e allora si diede il via a progetti di rivalutazione del quartiere studiandone la storia dal suo sorgere, come si è inteso fare con la ricerca storico-ambientale, e attivando progetti di risanamento dell’ambiente, con lettere al sindaco per denunciare l’abbandono in cui versava il territorio tutto circostante la scuola, invitando vari esperti in salute ambientale per i nostri alunni e i loro genitori. Tutto per stimolare il loro interesse allo studio e scuotere la sonnolente apatia dei genitori.
E molto altro ancora si è fatto per loro e per le famiglie, amo dire che siamo stati i precursori di quell’ “apprendimento ripensato” oggi molto apprezzato dalla scuola inglese e da chi, anche da noi, vuole una vera scuola nuova.

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