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Archivio Luglio 2016

Lettera alla pagina facebook SICILIA FERROVIARIA

12 Luglio 2016 51 commenti

NON SAREI COSI’ ORGOGLIOSA DI DENOMINARMI SICILIAFERROVIARIA E’ così diversa la nostra situazione da quella della Puglia? Che Ferrovie abbiamo noi in Sicilia? Rischiamo grosso anche noi, giorno dopo giorno, nella condizione di fragilità in cui versano le nostre reti ferroviarie.
Avevo scritto un articolo anticipando questa situazione aberrante delle ferrovie siciliane…dal titolo molto esplicito
LE FERROVIE IN SICILIA, SPECCHIO DI UN DEGRADO ASSOLUTO
Avevo bisogno di andare a Messina, con una sosta a Catania di un giorno e poi ritornare ad Agrigento in treno. Volevamo vivere la nostra autonomia non dipendendo dalla strada, con un viaggio in macchina stancante, non usare pullman, perché ti obbliga a un lungo viaggio senza una sosta per sgranchirti le gambe, volevamo lasciare liberi i figli che si propongono sempre di accompagnarci, gridando ai quattro venti la nostra piena abilità nel saperci muovere per treni e stazioni… treni e stazioni del Nord, ci ricordavano i figli!
Noi, che nel nostro lungo soggiorno a Milano, amavamo viaggiare indifferentemente con macchina per autostrade, erano nostre la Milano-Serravalle, per le due ore anche con neve per raggiungere Genova e il suo porto, la Milano Tangenziale Est per Venezia, e ancora la Milano- Firenze passando per Bologna e poi gli Appennini. Il tutto molto agevolmente, con soste in Autogrill e stazioni di servizio accoglienti e ricche di ogni oggetto e articoli che volevi portare con te.
Erano nostre queste strade e autostrade, e noi eravamo lieti di fare i nostri viaggi anche in treno; ma che treni ricordiamo, bisogna averci vissuto al Nord per sapere come si vive qualitativamente bene!
Dai treni Frecciarossa all’Eurostar, per finire a quello di ultima generazione ad alta velocità, l’Italo, che scommette sul tempo, e ti fa arrivare in mezz’ora da Milano a Bologna.
Entusiasmante esperienza di conoscenza diretta del progresso che ha toccato le Ferrovie dello Stato, o quei privati che investono in mezzi di trasporto per rendere più agevole la vita degli utenti. Esperienza certamente unica e utile per la vita, se ti porta, poi, a fare confronti con i 40 anni che, nella tua bella Sicilia, sono passati invano. È stata una conquista dei nostri anni Settanta la costruzione dell’autostrada Catania-Messina e poi la Messina-Palermo, che ci permise di raggiungere la città di Messina senza dover prendere il treno.
Siamo rimasti, quindi, al ricordo di un treno che impiegava sette ore per portarci da Messina ad Agrigento, si fermava in stazioncine e si arrivava a destinazione talmente stanchi d’avere l’impressione di averla fatta a piedi. E ora, è possibile che sia ancora così?
Possibile che, per tornare da Catania verso Agrigento si debba fare un lungo percorso di una durata di 5 ore di viaggio, con cambio a Caltanissetta? Oppure, un’altra opzione sarebbe la Catania-Palermo- Agrigento per la durata di 7 ore?
Ma non è un vanto per nessuno in Italia, né lo è per il Governo Nazionale, la differenza della qualità della vita tra il Nord e il Sud, tantomeno lo è per il Governo Regionale che dovrebbe vergognarsi di tenere in una situazione di degrado i cittadini, non offrire i servizi giusti, tutti quelli che hanno al Nord, e fare i comodi loro, ogni giorno in una sorta di gara a chi frega di più i poveri illusi loro elettori, e a chi guadagna meglio.
Oggi si è parlato di Ferrovie dello Stato che passano ai privati, ho pensato di avere un filo teso con l’economia nazionale, di avere avuto una forza mentale capace di evocare ciò che è diventato in questi giorni un pensiero dominante: dobbiamo aiutare il cambiamento, lo sviluppo della nostra Sicilia, non è giusto dire che qua le cose non cambieranno mai, vado via e lascio tutto in mano ai soliti predoni! Iniziamo dalle Ferrovie, rivolgiamoci a chi può aiutare il miglioramento della rete ferroviaria in Sicilia, e sia capace di portarla ai livelli dell’altra Italia, quella settentrionale, vogliamo tutti godere una vita qualitativamente buona senza essere costretti ad un’emigrazione forzata, come alla fine è la vita di chi da casa sua va in una città del Nord.
Chissà che non lo facciano i privati a cui stanno consegnando un servizio che è già diventato scadente per lo Stato? Io ho iniziato a denunciare questo ulteriore degrado esistente nella nostra Regione. Ma una sola voce, è una voce che grida nel deserto. Bisogna scuotere le masse, fomentare i cittadini per un diritto a migliori servizi, essere da traino, e qui mi rivolgo ai giovani, perché sia da tutti percepito il degrado in cui lasciano vivere i siciliani. Non si può essere rassegnati!!

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LA LINGUA ITALIANA SEGUE L’EVOLVERSI DELLE DONNE NELL’AMBITO PROFESSIONALE E AGGIORNA, QUINDI, LE FORME AL FEMMINILE

12 Luglio 2016 19 commenti

C’è una regola grammaticale che impone la forma al femminile di vari termini più conosciuti al maschile, come “ministra” da ministro, “architetta” da architetto, “ingegnera” da ingegnere, perfettamente compatibile con i meccanismi morfologici di formazione delle parole, e che viene infranta per motivi se non grammaticali, di sicura matrice socioculturale. Ma perché queste forme al femminile trovano una certa resistenza ad un uso corrente dell’italiano contemporaneo, se è il femminile stesso ad avere apportato cambiamenti radicali alla nostra società?
Oggi, molte professioni sono svolte indifferentemente sia da donne che da uomini, oggi è frequente incontrare la camionista, la geometra, la vigile urbano, ma permane una certa resistenza ad attribuire alla donna funzioni importanti, per cui stenta a decollare “la ministra”, “la sindaca”, “la ingegnera”.
Mentre è fondata l’accusa di sessismo che viene rivolta alla nostra società, tuttavia appare chiaro che, linguisticamente, alla base c’è una accettazione, da parte delle donne per il periodo che va dagli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, di un’idea errata di parità con l’uomo, che imponeva l’omologazione al modello maschile.
Così, essere chiamata chirurgo, direttore, architetto o ingegnere, era per le donne il segno di una equità finalmente raggiunta, e non piuttosto una forma di assimilazione al mondo maschile e il rafforzamento della tradizione androcentrica, secondo cui l’uomo è il parametro attorno a cui ruota l’universo linguistico.
Ci sembra evidente, allora, che a veloci e continui cambiamenti della nostra lingua sotto gli influssi dei mutamenti sociali che la rendono particolarmente permeabile rispetto al lessico tecnologico inglese, non corrisponda una certa coerenza grammaticale di alcune frasi, quando si tratta di scegliere la concordanza di articoli, aggettivi, pronomi e participi. Sono costruzioni linguisticamente contraddittorie , , ecc…
Nonostante la sociolinguistica tenda ad imporci forme femminili di termini usati da sempre al maschile, non si può tuttavia negare che l’uso dei vari ingegnera, ministra o chirurga, pur essendo ineccepibili sul piano morfologico, rimanga, però, rarissimo.
La linguista Cecilia Robustelli in un saggio su “L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo” scrive: .
E’ evidente allora che, anche sul piano linguistico, si avverte la necessità di riconoscere l’insieme delle caratteristiche socioculturali che si accompagnano alla appartenenza all’uno o all’altro sesso, e scoprire le differenze di genere per far valere la propria identità.
E’ sul piano sociale che bisogna agire per riequilibrare un lunghissimo periodo di discriminazione, rendendo sempre più visibili le donne, favorendo più opportunità in ogni campo.
Una buona strategia di visibilità rimane comunque, sempre linguisticamente, l’uso della formula doppia: , oppure , sebbene essi siano forme di contesti istituzionali.

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Chiude il Polo Universitario ad Agrigento, fallimento della politica

Morte dell’Università agrigentina, è il fallimento della politica

Erano gli anni ’60 e molti giovani non residenti in Agrigento affrontavamo mille sacrifici per raggiungere il capoluogo per studiare. La nostra fatica, calcolata in termini di viaggio quotidiano in ore mattutine e rientri da operai del Nord, ma anche in costi per le famiglie già dalle scuole medie, non essendo ancora la Scuola Media Unificata e molti Comuni ne erano privi, ci faceva amare forse, anche di più quello studio così fortemente anelato, e non aperto, certamente, a tutti. Le famiglie, già dalle Medie, selezionavano volontà, amore per lo studio e nascenti ambizioni, mandando a studiare in città solo chi dimostrava un autentico interesse ad uno studio sistematico, e già classico, delle medie ginnasiali. Molti di noi arrivavano al diploma, ma la meta per i più impegnati era l’Università, e allora davvero, con molto dispiacere, spesso ci si fermava, non tutte le famiglie potevano permettersi di mantenere i figli a Palermo, di pagare le tasse e i viaggi. Non c’era nulla, allora, per i più meritevoli, e così iniziammo a sperare che diventasse realtà un Polo Universitario nella nostra città. E fu solo negli anni novanta che iniziò a concretizzarsi ciò che era stato un sogno per molti giovani della provincia di Agrigento, abbiamo condiviso la raccolta delle firme perchè si aprisse un polo universitario ad Agrigento, sebbene inizialmente con il Corso di laurea ai Beni Culturali, per poi, assistere all’apertura di altri corsi di laurea. E adesso? Tutto cancellato? Si torna indietro, regredisce la cultura che solo ad Agrigento non ha diritto di cittadinanza, per fare ripiombare la nostra città nel baratro dell’ignoranza, sempre di più all’ultimo posto in quella graduatoria nazionale che elenca quanti sono i giovani laureati, e i nostri rimarranno ancorati in quell’ultimo posto. E’ con grande dispiacere che apprendo la notizia della chiusura di alcuni corsi di laurea, cosa rimarrà di tutto il Polo? Ma, innanzitutto, provo dispiacere per i ragazzi che siamo stati, noi che inseguivamo un sogno di natura solo intellettuale che non avevamo potuto realizzare, ma ci gratificava vedere che per molti altri esso era diventata realtà, il tempo e gli anni non erano passati invano. Oggi nessuno piange, si è solo diventati insensibili a tutto!

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I nostri adolescenti e i loro problemi

I nostri adolescenti e i loro problemi
Grave la situazione dei ns adolescenti, schiavi tutti delle leggi del branco. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali. Oggi gli adolescenti non temono più il giudizio severo dei genitori e degli insegnanti, non tremano per un rimprovero o per una interrogazione fallita: la struttura gerarchica dell’educazione prima ha vacillato, poi è c…rollata di schianto, e così i nostri ragazzini hanno tolto la corona dalla testa dei loro antichi monarchi. Al massimo fingono di dispiacersi, abbassano gli occhi se la prof grida qualcosa, se il padre pretende più impegno e più rispetto, ma dopo cinque minuti già hanno dimenticato tutto. Non li scuote più il timore di fare una figuraccia, una scena muta davanti alla cattedra, una menzogna o una meschinità scoperta, non hanno paura di deludere genitori e insegnanti. Questo però non significa che i nostri ragazzi, soprattutto i più piccoli, siano liberi da ogni pressione psicologica, che possano rivendicare un diritto incontrollato all’indipendenza e alla felicità. Tutt’altro: forse oggi i nostri figli ancora più di prima devono fare i conti con modelli soffocanti e coercitivi, modelli che non hanno nessuna venatura morosa, che non vengono ribaditi per proteggerli dal caos e dalle incertezze della vita. Oggi sono i coetanei, spesso sprezzanti e feroci, a imporre stili di vita e modelli comportamentali. E’ il conformismo orizzontale che produce dolore e solitudine. Il tredicenne imbranato, la quattordicenne sovrappeso, il quindicenne balbuziente devono sottostare al giudizio crudele dei loro compagni. I genitori e gli insegnanti contano poco, quasi nulla: conta lo sguardo crudele del gruppo, la percezione della propria diversità. Basta un vestito sbagliato, un cappelletto fuori moda, una debolezza, un’esitazione esistenziale per essere messi nell’angolo ed essere costretti a vestire i panni del capro espiatorio. L’omologazione crea martiri, la livella è una falce che stronca ogni differenza. E così i nostri ragazzi ormai se ne fregano delle ramanzine familiari, ma sono sensibilissimi a una battuta carogna, a un soprannome assassino, alla spinta collettiva che li porta sul bordo del burrone. Bisogna stare attenti, difendere le personalità, perché i polli d’allevamento diventano avvoltoi davanti a ogni vita fragile e diversa.

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L’insegnamento ripensato

Ho scritto un libro ” Maestra di cuore” edito dalla casa editrice Simple, e, quando mi sono dedicata a questa avventura, sono stata subito certa che, ciò che mi muoveva, era solo il desiderio di divulgare la mia esperienza d’insegnamento in una scuola di periferia, dove sono stata anch’io maestra di strada, come erano i miei alunni, vicina a loro.
Ma, quale è stato l’imput che ha fatto sì che tutto ciò che conservavo nella mente e nel mio cuore venisse allo scoperto, che io dessi vita, nero su bianco, a dei ricordi di una professione che era stata ricca ed entusiasmante? Sicuramente, a darmi la certezza che quello che avevo da scrivere fosse importante mi è stato trasmesso dalla conoscenza di una Casa editrice, le Edizioni Biografiche, che promuove il racconto di come un’impresa possa e sia ,spesso, diventata un “successo”. Io non avevo un’impresa da proporre, però ho ripensato a tutto il mio insegnamento e all’impegno che avevo profuso in esso tale da sentirlo alla stregua di un’impresa e, come tale, ho sottotitolato il mio libro, un’impresa senza fine di lucro, un’impresa “no profit”, ovvero “Come insegnare in una scuola depressa”. L’ho chiamato “Maestra di cuore” perché è col cuore che ho lavorato, con la passione di un privato che tiene alla sua messa in piedi e alla sua riuscita nel tempo. Ho ritenuto allora il mio insegnamento un mio “successo” personale, ciò che ti fa concludere una carriera ricca ed entusiasmante con la consapevolezza di avere dato il meglio, per cui, dopo tutti i miei anni di insegnamento, ho potuto certamente sostenere che la scuola non mi manca. Essa non mi manca non per una sorta di indifferenza verso quella che è stata la mia professione, ma piuttosto penso che non mi manchi perché sono certa di aver fatto tanto e tutto per i miei alunni, sia se avessi insegnato nel salotto della città, o più ancora quando mi son trovata insegnante “missionaria”, come son solita denominare il mio lavoro svolto in quel quartiere di periferia, dove gli alunni erano privi di tutto.
E poi i miei alunni del Nord, che io ho considerato come un dono, perché mi hanno riportato ad un insegnamento che non mi chiedeva più i grandi ed entusiasmanti sforzi come quelli che ho dovuto mettere in atto nella scuola di quella zona depressa. Un insegnamento normale, con alunni e famiglie anch’essi normali, dove le soddisfazioni erano quotidiane, e i risultati sempre soddisfacenti.
Ma, come scrivo nel mio libro, se ripenso a me maestra è li che va il mio pensiero, in quella scuola di una frazione socialmente deprivata, lasciata ai margini di una città già agli ultimi posti di una classifica nazionale che misura la qualità della vita di tutte le città italiane.
E il quartiere di cui parlo nel libro e dove sono stata maestra per 16 anni è la frazione più emarginata dalle amministrazioni che via via si sono succedute, sempre dimenticata, che non ha mai intravisto possibilità di miglioramento. Questa frazione è una frazione di periferia della nostra città, che vive un degrado ambientale, economico e sociale mai superato, ad oggi sempre più grave, dove le famiglie sempre oberate da problemi di sostentamento, hanno visto la scuola come un lusso che loro non si erano potuto permettere con la sola, triste percezione che non era per loro, ma che i loro figli erano obbligati a frequentare, pena denunce varie e la minaccia sempre costante dell’intervento dei carabinieri. La scuola riconosce di essere l’unica fonte di cultura e di recupero per questa frazione a rischio di dispersione scolastica, di abbandono e di potenziale microcriminalità, l’unica istituzione che si può sostituire alla mancata opera di chi amministra la città, per supplire alle gravi omissioni che da sempre hanno provocato danni al tessuto sociale di questa parte di città privando tutti quanti i suoi abitanti di tutto ciò che si identifica con sviluppo e progresso.
E’ per questo quartiere che, in collaborazione con il capo d’istituto e con colleghi sensibili a queste problematiche, in sinergia con le altre comunità educative, vedi altri ordini di scuole in un’ottica di continuità, e con la parrocchia che sempre ci ha collaborato, abbiamo attivato progetti che mirassero a scuotere l’apatia che regnava nelle famiglie, ridando ai nostri alunni, insieme ai contenuti culturali, il valore di sé come persona, per tendere al miglioramento del proprio quartiere partendo dalla costruzione di una mentalità di rispetto di tutto ciò che è vita del quartiere , quindi famiglie, alunni e scuola, che, insieme alla Parrocchia , restano unica fonte di valori morali da condividere.
Era necessario far emergere nei nostri alunni la consapevolezza che essi non erano cittadini di serie “B” rispetto a quelli della città e allora si diede il via a progetti di rivalutazione del quartiere studiandone la storia dal suo sorgere, come si è inteso fare con la ricerca storico-ambientale, e attivando progetti di risanamento dell’ambiente, con lettere al sindaco per denunciare l’abbandono in cui versava il territorio tutto circostante la scuola, invitando vari esperti in salute ambientale per i nostri alunni e i loro genitori. Tutto per stimolare il loro interesse allo studio e scuotere la sonnolente apatia dei genitori.
E molto altro ancora si è fatto per loro e per le famiglie, amo dire che siamo stati i precursori di quell’ “apprendimento ripensato” oggi molto apprezzato dalla scuola inglese e da chi, anche da noi, vuole una vera scuola nuova.

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