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Archivio Settembre 2016

QUANDO ANCHE NOI ABBIAMO AVUTO IL “NOSTRO” TERREMOTO

1 Settembre 2016 19 commenti

NOI TRE E IL TERREMOTO DEL BELICE DEL 15 GENNAIO 1968
Sono passati tantissimi anni dal “nostro ” terremoto, però non mi sembra di fare giustizia a chi, come noi, ha vissuto quello del Belice non parlarne oggi che altra gente sta conoscendo la stessa esperienza da noi vissuta. Certo, fai in modo di dimenticare, hai ricostruito la tua vita conservando in fondo al cuore quei tristi ricordi, però…è così facile che riemergano! Giorni in cui le immagini le rivedi in televisione, e sono le stesse che hai visto dal vivo, tu che cammini in mezzo alle “tue” macerie, quelle della tua casa, ti rivedi alla ricerca della culla del tuo bambino di tre mesi, e trovi pezzi di essa in mezzo a calcinacci, ritrovi antologie tue di autori, libri che hai amato e portato con te in quel paese Salaparuta, che nascondeva un triste destino al tuo arrivo, e quei libri li tieni come cimeli, ricordi di quel triste evento che non hai mai voluto ripulire, se li apri, vi trovi fra le pagine pietruzze e calcinacci, come dei fiori secchi che vuoi conservare in ricordo di quella notte, di quelle scosse che hanno buttato giù la tua prima casa, i tuoi primi sogni di giovanissima vita familiare. Oggi non stai a fare confronti, lo Stato allora neanche fu presente, centinaia furono i morti, e chi sopravvisse perdemmo tutto, non conoscemmo la solidarietà di nessuno, anzi, eri un caso pietoso, ti portavi dietro troppi problemi, ricostruire la tua casa, da dove potevi iniziare? No, era meglio non parlarne, troppa tristezza per quei due giovani che avevano tentato di iniziare una vita insieme, mettere su casa, e neanche un anno e ti va giù! Oggi, no, non stai a fare confronti, comprendi che la società è migliorata, tutti riescono ad immedesimarsi, uomini di governo sfilano e promettono, sono vicini oggi a chi soffre e chiede di non essere dimenticato, e sei pure contenta, ti rendi conto che finalmente l’uomo ha acquisito la capacità di essere solidale con il suo simile, ascolta le pene di chi oggi soffre, si commuove e si stringe ai poveri terremotati. Per te, va bene la dimenticanza, va bene il dignitoso oblio!

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PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA… L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO

1 Settembre 2016 10 commenti

PICCOLE GOCCE DI PEDAGOGIA…
L’IMPORTANZA DELLA SCUOLA NEL PROCESSO EDUCATIVO
Nelle varie fasi dello sviluppo infantile un posto preminente è dato alla scuola dell’obbligo nei suoi distinti ordini, che seguono la crescita intellettiva dei nostri figli.
Ma come è vista la scuola da genitori e alunni che la frequenteranno?
Quando parliamo di scuola che educa, sicuramente non ci riferiamo all’edificio dove il fanciullo entra al mattino per uscirne, il più delle volte, al pomeriggio inoltrato, né l’entità astratta alla cui frequenza obbligatoria sarà egli educato e richiamato spesso, ma quel luogo dove bravi maestri lo accompagneranno nel difficile cammino dell’apprendimento, e lo aiuteranno nell’acquisizione di concetti importanti, come capacità di discernimento, di scelte libere e consapevoli, di rispetto per sé e per gli altri.
Ci si chiede, però, una scuola così esiste davvero per i nostri figli, o rimane nell’utopico pensiero che ne fanno un’entità astratta?
Partendo dal presupposto che il processo educativo non è fine a se stesso, ma è finalizzato a promuovere nel bambino la formazione di una personalità autonoma, capace di organizzarsi e di convivere positivamente con gli altri senza rivalità e senza competizione, l’azione educativa di maestri e genitori ci appare come ispirata da un’etica universale che vuole il fanciullo preparato responsabilmente al bene dell’umanità e del cosmo in generale.
Il sistema educativo del nostro Paese è stato sempre sorretto da principi educativi basati sugli studi della psicologia americana che, negli ultimi cinquant’anni, ha dettato nuovi metodi scientifici di educazione, tutti favorendo l’attivismo pedagogico, che vede il fanciullo artefice della propria educazione, che socializza attraverso i riti quotidiani, impara dai suoi sforzi e dai suoi errori e la stessa gratificazione arriva dalla competenza che va acquisendo, impara a darsi un obiettivo e si impegna per raggiungerlo.
La pedagogia dell’americano Dewey, per esempio, si ispirava all’attivismo pedagogico, secondo cui la scuola non è chiamata a imporre regole e dare nozioni, e il bambino non deve imparare tabelline e poesie, né deve conoscere le date dalla storia, non deve studiare la grammatica e l’analisi logica: tutto questo, per il Dewey, era solo nozionismo, da rigettare categoricamente; per tutti i fautori del metodo attivo, infine, il fanciullo era esonerato dal riconoscere l’autorità dei genitori e degli insegnanti, pena la perdita della sua spontaneità e creatività nell’agire.
In Europa, furono attivisti pedagogici Johann Pestalozzi, la Montessori e Don Milani, i cui metodi, basati sull’osservazione e sulla sperimentazione, furono per decenni considerati come impianto educativo, che andava ,tuttavia, contestualizzato in un determinato periodo, e sempre legato all’entusiasmo dei docenti che lo realizzavano.
Il tempo non è stato clemente con le teorie avanzate da questi pedagogisti, perché la sperimentazione dei loro metodi non ha dato esiti sempre positivi, essi sostenevano che l’individuo così educato sarebbe stato più libero di creare, di costruire da sé il proprio bagaglio di conoscenze, e il ruolo del maestro era confinato sullo sfondo, vigile e discreto, sostenendo il loro innato desiderio di conoscere se stessi e il mondo.
Erano, essi, certi che ci sarebbe stata una stupefacente fioritura culturale, si è creato, invece, un vuoto che è stato riempito dalla cultura mediatica, laddove c’erano le poesie, oggi ci sono le canzonette, il ragazzo non segue i comandamenti morali, ma ciò che dicono i compagni e la moda del momento, non conosce i classici ma quello che dicono i personaggi televisivi.
Le teorie pedagogiche di molti studiosi hanno avuto un unico risultato: per compensare certe differenze sociali e culturali hanno livellato tutto sul basso e reso ignoranti milioni di persone, privilegiando quelli che possono permettersi scuole di eccellenza dove potessero trovare maestri autorevoli e programmi rigorosi. E’ stato criticato, sempre per i suoi effetti negativi sui giovani di ben due decenni, il permissivismo di certa educazione, che ha reso quasi assenti quei genitori che ad essa comodamente si rifacevano, coadiuvati e rafforzati da quel tipo di pedagogia di stampo americano che ha fatto riconoscere allo stesso psicologo che ne fu il fondatore, Dott. Spock, di avere sbagliato con una intera generazione.
La buona formazione dei giovani necessita di una scuola più seria, più rigorosa, con insegnanti preparati e più autorevoli, che dia delle norme morali di base che il bambino possa interiorizzare fin dall’infanzia ma, innanzitutto, richiede la presenza attenta e collaborativa della famiglia che non delega, ma assume tutta quanta la responsabilità della sua azione educativa.

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