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Finiremo mai di parlare di violenza sulle donne?

25 Novembre 2016 30 commenti

FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
Triste e veritiero, il film sulla vicenda della donna sfregiata con l’acido dal suo ex che lei non voleva più tra i piedi. Lucia Annibali ha scritto un libro sulla sua tragedia dal titolo “Io ci sono” e la Cristiana Capotondi ne ha rivissuto il personaggio nel film per la TV e ciò che dovette subire, grande fatto di violenza su una donna ritenuta da un uomo di sua proprietà, o sua o di nessun altro. Stavolta non si è trattato solo di una fiction, purtroppo il fatto è veramente accaduto, e ciò che è più raccapricciante è proprio che sia potuto accadere, maturato in una mente malata e realizzato da malviventi in cerca di denaro. Ci lascia perplessi, però, il dover accettare che la donna ancora oggi non è pienamente padrona della sua vita, e non lo sarà fino a quando l’uomo non smetterà di credere di poter disporre dell’altra persona, di una donna che dice, ad un certo punto, Basta, rifiutandosi di sentirsi legata ancora ad un uomo che disprezza. E la cronaca di ogni giorno ci fa conoscere sempre nuovi casi di donne maltrattate, violentate, uccise, spesso a causa di un “amore malato”, che amore non è.
Perchè qualcosa cambi, è necessaria una politica di sensibilizzazione verso il pianeta donna, iniziando dal riconoscimento sociale ed economico del suo operare in tutti i campi, dalla famiglia al posto di lavoro, e favorendo la formazione di una mentalità positiva da parte degli uomini partendo dalla scuola, con un’educazione alla affettività e al rispetto del genere, senza discriminazione alcuna per chi è diverso da noi. La violenza sulle donne ha un costo sociale ed economico altissimo, si calcola in 14,3 miliardi di euro in costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari. Include l’impatto della violenza sui bambini , la riduzione della qualità della vita e della partecipazione alla vita democratica. La lotta alla violenza sulle donne esprime tutta la rabbia di quelle donne che hanno lottato, oltre trent’anni prima, per contribuire a promuovere una mentalità nuova in una società che restava ancorata ad una visione della donna sottomessa all’uomo, da cui si emancipò grazie alle lotte femministe, che favorirono anche la scomparsa di alcune norme del codice penale, quelle che vedevano le donne vittime del delitto d’onore, del reato di adulterio e di abbandono del tetto coniugale. Oggi, le donne chiedono che non siano state vane quelle lotte, che non si cancellino, con un colpo di spugna, quelle conquiste al femminile che hanno cambiato una mentalità allora arretrata, per approdare ad una libertà di costumi che è, negativamente, ricaduta sulle stesse donne. Libertà di costumi, o libertà di agire per come si vuole, che non leda però la dignità del genere femminile, di tutte le altre donne che non si riconoscono né nelle escort, né nelle sante, ma che vivono il loro quotidiano con la forza di chi ottiene ogni giorno una conquista su qualsiasi fronte, come donna che lavora, come madre che tira su i figli esortandoli a dare il meglio, come compagna che aiuta il suo uomo a superare atavici pregiudizi sulla donna per acquisire una mentalità nuova, improntata al rispetto di lei come persona, prima che come moglie e madre dei suoi figli.
E’ necessaria una giornata celebrativa di tutto ciò, come sarà il 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne? Diciamo di sì, se serve a scuotere tutte quelle che hanno perso ogni stima di sé, a far riflettere il genere maschile che ancora è ancorato a questa visione della donna, se serve a rafforzare l’autostima in quelle che credono nel valore di una donna, nella sua forza interiore e nelle sue doti di intelligenza e di discernimento, presenti in lei molto più che in un qualsiasi altro uomo, poco degno di tale nome.

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25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne

25 Novembre 2016 34 commenti

Dalla manzoniana Gertrude alla donna di oggi: un percorso di violenza sulle donne.
di Crocetta De Marco
E’ stato molto interessante visitare la rassegna sul doppio binario della verità storica e della trasposizione artistico-letteraria della Monaca di Monza, attualmente aperta al pubblico al Castello Sforzesco di Milano, nelle Sale Panoramiche.
La mostra ripercorre la vicenda della manzoniana Gertrude, personaggio letterario tormentato e intrigante, figura storica realmente vissuta tra Milano e Monza che, in realtà, risponde alla nobildonna milanese Marianna De Leyva, vissuta tra il 1575 e il 1650, costretta a farsi suora senza vocazione con il nome di Virginia, si macchiò di delitti per amore di Gian Paolo Osio, che espiò murata per 13 anni in una cella.
In esposizione vari documenti con il carteggio intercorso con il Cardinale Federico Borromeo, gli atti del processo custoditi all’Archivio Storico della diocesi di Milano; seguono dipinti in mostra, tutti i maestri dell’800 che danno di Gertrude-Marianna una visione a volte intima e delicata , altre volte inquietante e “noir”. Non mancano le trasposizioni teatrali e cinematografiche, come il dramma teatrale di Giovanni Testori messo in scena da Luchino Visconti nel 1967. Cosa rende attuale la vicenda privata della Monaca di Monza in tempi detti civili, come usiamo definire la nostra epoca?
In età moderna la storia di Marianna viene contestualizzata nel tema della condizione femminile, tra scelte forzate e sudditanza all’autorità maschile, in una società dove si confrontano vari tipi di culture, spesso sovrapposte e pronte ad annullare il grado di civiltà raggiunto nel paese dove esse si scontrano.
Ma è poi cosi’ sicuro che un Paese che raggiunge un alto grado di civiltà abbia automaticamente raggiunto anche il totale rispetto per la figura femminile, abbia superato tutti quei pregiudizi che hanno sempre visto la donna in una condizione non precisamente paritaria rispetto all’uomo, se ancora in Paesi evoluti come il nostro tante attività sono precluse alle donne, e la donna cosiddetta in carriera deve dimostrare una bravura che non sempre è richiesta all’uomo, se non altro quando deve conciliare bene i suoi tanti ruoli di madre, di moglie e di donna, capace e intelligente?
Secondo il Diritto Internazionale tutti i Governi hanno la responsabilità di prevenire, indagare e punire gli atti di violenza sulle donne, in qualsiasi luogo essi si verifichino: tra le mura domestiche, sul posto di lavoro quando si esprime con il moderno mobbing, nelle comunità o società, oppure durante i conflitti armati. Ma è condizione essenziale, perché un Paese possa dirsi veramente civile, che i Governi si impegnino per rendere più forti le donne, garantendo loro indipendenza economica e protezione dei diritti fondamentali.
In questa battaglia per i diritti umani sono necessari anche la solidarietà degli uomini e il loro coinvolgimento, in termini legislativi, per offrire pari opportunità alle donne con una maggiore presenza numerica in Parlamento, costruendo una cultura di assoluta parità con l’uomo.
Quote rosa in Parlamento, 8 Marzo o giornata della donna, 25 Novembre o giornata della violenza sulle donne, nessuna di queste celebrazioni sarebbe necessaria soltanto se venisse dato alla donna quello che è un suo diritto primario come persona, il diritto all’esistenza per sé, per la sua piena realizzazione , capace di raggiungere con le sue sole forze anche posti di potere, spesso considerati obiettivi solo maschili.
Ciò sarà possibile se ci si adopererà con ogni mezzo a considerare la donna non oggetto di violenza da parte maschile, come purtroppo ci viene proposto da alcuni fatti della cronaca attuale, ma semplicemente persona verso la quale l’uomo è chiamato ad avere atteggiamenti positivi sempre, ma ancor più, laddove possano prevalere maltrattamenti e violenza, essere egli stesso di supporto, di protezione e assistenza.
Godiamoci la mostra sulla nobile e sventurata Marianna De Leyva, o Monaca di Monza di manzoniana tradizione, reclusa per forza, ripercorriamo le due epoche a confronto e troveremo di sicuro analogie angoscianti su una condizione femminile ancora molto lontana dalla piena emancipazione dalle infinite forme di potere che tendono a schiavizzare le donne, magari con le lusinghe del facile guadagno o di moderne, nuove chimere che tanto allettano le giovani di oggi, e che si traducono, spesso, in bella vita e popolarità.

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FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?

23 Novembre 2016 20 commenti

FINIREMO MAI DI PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE?
Triste e veritiero, il film sulla vicenda della donna sfregiata con l’acido dal suo ex che lei non voleva più tra i piedi. Lucia Annibali ha scritto un libro sulla sua tragedia dal titolo “Io ci sono” e la Cristiana Capotondi ne ha rivissuto il personaggio nel film per la TV e ciò che dovette subire, grande fatto di violenza su una donna ritenuta da un uomo di sua proprietà, o sua o di nessun altro. Stavolta non si è trattato solo di una fiction, purtroppo il fatto è veramente accaduto, e ciò che è più raccapricciante è proprio che sia potuto accadere, maturato in una mente malata e realizzato da malviventi in cerca di denaro. Ci lascia perplessi, però, il dover accettare che la donna ancora oggi non è pienamente padrona della sua vita, e non lo sarà fino a quando l’uomo non smetterà di credere di poter disporre dell’altra persona, di una donna che dice, ad un certo punto, Basta, rifiutandosi di sentirsi legata ancora ad un uomo che disprezza. E la cronaca di ogni giorno ci fa conoscere sempre nuovi casi di donne maltrattate, violentate, uccise, spesso a causa di un “amore malato”, che amore non è.
Perchè qualcosa cambi, è necessaria una politica di sensibilizzazione verso il pianeta donna, iniziando dal riconoscimento sociale ed economico del suo operare in tutti i campi, dalla famiglia al posto di lavoro, e favorendo la formazione di una mentalità positiva da parte degli uomini partendo dalla scuola, con un’educazione alla affettività e al rispetto del genere, senza discriminazione alcuna per chi è diverso da noi. La violenza sulle donne ha un costo sociale ed economico altissimo, si calcola in 14,3 miliardi di euro in costo umano, emotivo ed esistenziale sostenuto dalle vittime, dai loro figli e familiari. Include l’impatto della violenza sui bambini , la riduzione della qualità della vita e della partecipazione alla vita democratica. La lotta alla violenza sulle donne esprime tutta la rabbia di quelle donne che hanno lottato, oltre trent’anni prima, per contribuire a promuovere una mentalità nuova in una società che restava ancorata ad una visione della donna sottomessa all’uomo, da cui si emancipò grazie alle lotte femministe, che favorirono anche la scomparsa di alcune norme del codice penale, quelle che vedevano le donne vittime del delitto d’onore, del reato di adulterio e di abbandono del tetto coniugale. Oggi, le donne chiedono che non siano state vane quelle lotte, che non si cancellino, con un colpo di spugna, quelle conquiste al femminile che hanno cambiato una mentalità allora arretrata, per approdare ad una libertà di costumi che è, negativamente, ricaduta sulle stesse donne. Libertà di costumi, o libertà di agire per come si vuole, che non leda però la dignità del genere femminile, di tutte le altre donne che non si riconoscono né nelle escort, né nelle sante, ma che vivono il loro quotidiano con la forza di chi ottiene ogni giorno una conquista su qualsiasi fronte, come donna che lavora, come madre che tira su i figli esortandoli a dare il meglio, come compagna che aiuta il suo uomo a superare atavici pregiudizi sulla donna per acquisire una mentalità nuova, improntata al rispetto di lei come persona, prima che come moglie e madre dei suoi figli.
E’ necessaria una giornata celebrativa di tutto ciò, come sarà il 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne? Diciamo di sì, se serve a scuotere tutte quelle che hanno perso ogni stima di sé, a far riflettere il genere maschile che ancora è ancorato a questa visione della donna, se serve a rafforzare l’autostima in quelle che credono nel valore di una donna, nella sua forza interiore e nelle sue doti di intelligenza e di discernimento, presenti in lei molto più che in un qualsiasi altro uomo, poco degno di tale nome.

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CRONACA DI UNA SERATA UGGIOSA

21 Novembre 2016 8 commenti

Domenica sera, fuori piove, sei chiusa in casa a chiederti cosa ti propinerà stasera la televisione perché tu possa spegnere quel senso di insoddisfazione per non volerti spingere a uscire, a sfidare il freddo serale, e andarti a chiudere in un cinema per gustarti uno degli ultimi film di cui la pubblicità ti ricorda l’imminente uscita in tutte le sale cinematografiche. Sai che il primo canale dà Braccialetti rossi, ma sei sicura di non volere stare li a piangere, a guardare solo il triste luogo di ospedali, di sofferenze inimmaginabili in giovani ragazzi che devono solo gioire e godere, e che non accetti il solo pensiero che la loro bellezza, la loro giovinezza sia messa in forse da malattie varie. Dopo vari zapping, ti rimane la grande indecisione, il dilemma amletico…Braccialetti rossi sì, Braccialetti rossi no, che ti fa provare con largo anticipo quel dubbio che ti rode dentro e ti porterà con la medesima indecisione al quattro dicembre politico. SI o No anche per Braccialetti rossi, ed è con la stessa flemmatica indifferenza che stasera fai una scelta di comodo, e improvvisamente decidi di pigiare il tuo telecomando sull’Uno, sul canale della sofferenza, con un SI metaforicamente simile al voto tuo dicembrino, perché figlio di quella stessa apatia priva di qualsiasi entusiasmo, per il quale forse, ci penserai ancora prima di buttarti. Ma per la serata, mi fermo sul Canale delle lacrime, faccio mia la storia dei ragazzini e, come a voler convincere me stessa o mio marito, che costringo a seguire le vicissitudini di quelle giovani vite rese tristi dalle malattie e dalla morte, ripeto con voce rotta e solidale che è un film, è solo una fiction, è tutta finzione. Così ripeto al mio nipotino da quando aveva quattro anni e gli piaceva seguire qualche film un po’ triste, stavo a chiarire che tutti i film sono solo finzioni, e lui si tranquillizzava, così ripeto per noi, già pienamente coinvolti nei drammi delle giovinezze spezzate. Belle, perché fiction complete, dal punto di vista della rappresentazione cinematografica, dai drammi realisticamente vissuti e riscontrati in tutti gli ospedali pediatrici, da ciò che riguarda preparazione sanitaria e medica di tutti gli attori, da ciò che ci dà come solidarietà e partecipazione di tutti i ragazzi al dolore degli altri, ma non posso fare a meno di chiedermi : perché questa esasperata esaltazione del dolore, di mamme che vedono morire i propri figli, di ragazzi e bambini a contatto con malattie e sofferenza, perché questa trasposizione del dolore in film per la televisione, che dovrebbe servire a distrarre tutti coloro che vivono realmente il dramma della malattia e della morte, a chi giova mostrare tanto accanimento sadico nelle malattie, quando molto spesso la realtà non ne risparmia quasi a nessuno? La mia idea è quella di salvaguardare la serenità dei nostri giovani, e la televisione deve perseguire il suo fine educativo attenendosi ad una quotidianità di una vita normale, quella vissuta tutti i giorni dai nostri figli. Per conoscere il dolore, a cui le famiglie certamente non vorrebbero mai assuefarli, sarà la vita stessa che ci penserà, speriamo il più tardi possibile, se non mai.

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ELEZIONI AMERICANE, CLINTON CONTRO TRUMP

7 Novembre 2016 6 commenti

Importante evento per l’America domani, 8/11/2016, giornata che passerà alla Storia perché darà al popolo americano il 45°Presidente degli Stati Uniti, ma certamente, qualunque sia il risultato delle elezioni che hanno visto una campagna caratterizzata da dibattiti accaniti, dove non sono mancati insulti e offese da parte dei due candidati, ciò che ha segnato un precedente nel mondo americano e oltre, è la possibilità che oggi l’America, sempre al primo posto per ciò che comporta grandi cambiamenti epocali, in queste elezioni si potrebbe dare il primo Presidente donna. La democratica Hillary Clinton sta combattendo una accanita lotta contro il repubblicano Donald Trump, e la storica novità della candidatura femminile e il durissimo scontro con il suo avversario non devono oscurare la forte caratterizzazione sociale che lei ha dato al suo programma elettorale, che prevede attenzione alle fasce giovanili, aumento del salario minimo, università gratuita per gli studenti non abbienti. Una donna alla Casa Bianca darebbe, inoltre, la certezza di una politica di parità che può essere da traino per le politiche mondiali, genererebbe la consapevolezza che ogni guerra nel mondo è portatrice di distruzione e morte, di sofferenza e dolore per il cuore delle madri, e solo una donna può ammettere la condivisione di tale immane tragedia. Certo, la elezione di una donna alla Casa Bianca, costituirebbe la seconda rivoluzione culturale in America, dopo quella avvenuta con il doppio mandato di Barack Obama, primo Presidente USA di colore. La vittoria di Hillary Clinton confermerebbe il ruolo dell’America come faro per il progresso e la modernità, e lei a capo della maggiore potenza del pianeta, darebbe inizio ufficialmente all’Era della Donna, da molti intellettuali auspicata da sempre. Seguiremo con interesse, domani, le elezioni americane, per tutto ciò che ho descritto, ma principalmente noi donne per aver vissuto, in questo nostro imprevedibile secolo, anche questo cambio epocale, questa ennesima vittoria al femminile.

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